giovedì 7 marzo 2019

Oggi vent'anni senza Kubrick


Publicity photo of Stanley Kubrick for A Clockwork Orange

Vent'anni dalla morte di Stanley Kubrick: un tempo lunghissimo per un regista ancora attuale, diventato iconico come i suoi film. Poche opere girate in 45 anni di carriera, ognuna di un genere cinematografico diverso. Ma per ciascuno di quei generi c'è stato un prima e un dopo Kubrick. 
Nessun premio a Cannes, nessun Golden Globe vinto, l'unico Oscar conquistato è stato per gli effetti speciali di  2001 (all'epoca decenni avanti  su qualsiasi altro film contemporaneo).  Un solo Leone d'oro a Venezia, alla carriera, consegnato due anni prima della sua morte. Avvenuta a pochi mesi dall'uscita del suo ultimo film, Eyes Wide Shut: all'epoca personalmente fu una mezza delusione. A rivederlo oggi mi sembra immenso: semplicemente anche quella pellicola era in anticipo sui tempi, quasi una profezia sul nostro presente. 

sabato 26 gennaio 2019

LA FAVORITA di Yorgos Lanthimos


Nel film del regista greco Lanthimos Emma Stone e Raquel Weisz rivestono il ruolo di due (bellissime, è il caso di dirlo) dame inglesi realmente esistite all'inizio del settecento. Entrambe sono impegnate in una lotta tutta politica tra di loro, ma usando armi non solo (o quasi mai) politiche, per conquistare i favori della regina Anna d'Inghilterra.

Gustosa rappresentazione sul potere, in un film dal buon ritmo che sa dispensare risate dai denti aguzzi.
Quasi da non credere che il regista sia lo stesso del noioso Il sacrificio del cervo sacro. 

Il film ha già fatto il pieno di nomination agli Oscar, e dalla Mostra del Cinema di Venezia 2018 ha già portato a casa il Leone d'Argento e la Coppa Volpi per la migliore interpretazione femminile, consegnato alla brava Olivia Colman nel ruolo della Regina.

Titolo originale: The Favourite. Regia di Yorgos Lanthimos. Con Emma Stone, Rachel Weisz, Olivia Colman, Nicholas Hoult, Joe Alwyn, Mark Gatiss. Genere Biografico - Grecia, 2018 - Durata 120 minuti.

martedì 18 dicembre 2018

CAPRI -REVOLUTION di Mario Martone

Con Capri Revolution, Martone porta a termine la sua personale trilogia sulla storia d'Italia, iniziata con Noi Credevamo, dedicato al Risorgimento, e proseguito con Il Giovane Favoloso, sulla vita e i tempi di Giacomo Leopardi. Con l'ultima opera ci porta nel mondo rurale del Sud Italia, all'indomani dell'esplodere della Prima Guerra Mondiale. Una giovane contadina, Lucia, interpretata da Marianna Fontana, s'imbatte in una sorte di comunità hippy ante litteram, tra le scogliere di Capri: liberi pensatori in un mondo totalmente retrogrado. Dall'incontro con questi giovani, Lucia sarà in grado di scoprire se stessa, ma pagando il prezzo del distacco dalla sua famiglia. Affresco sulla libertà individuale e sulle ideologie che attraversavano l'Europa prebellica, il film è una suggestiva ricostruzione di un mondo che ormai non c'è più. Peccato per le troppe semplificazioni nella trama, forse dovute ad un taglio sul montaggio originale. Solo così si può spiegare scatti repentini dell'evoluzione della protagonista, che nel giro di una scena sembra imparare alla perfezione l'inglese quando poco prima non sembrava nemmeno in grado di parlare l'Italiano. In ogni caso forse non il migliore Martone (tra i più recenti, Noi credevamo era un film ben più riuscito e coraggioso) ma un buon film nella media di un certo cinema italiano, di quello che quasi riesce a distinguersi da una fiction televisiva di lusso. Film presentato all'ultima edizione della Mostra del Cinema di Venezia; il 20 dicembre è il giorno di uscita nei cinema.

venerdì 14 dicembre 2018

BOHEMIAN RAPSODY di Brian Singer

Su Bohemian Rapsody, il film sulla storia dei Queen ed in particolare del compianto Freddie Mercury, bisogna premettere un paio di osservazioni. La prima: cinematograficamente in fondo è un film qualitativamente medio, con una trama fin troppo prevedibile nei suoi passaggi. La seconda: non è una fedele ricostruzione della storia di questo grandissimo gruppo. Il che non è per forza un peccato, visto che esistono sempre le esigenze da copione. Si può quindi passare sopra alle ricostruzioni fantasiose, anche se fa un po' storcere il naso in fatto che i Queen sopravvissuti, tra i produttori del film, abbiano lasciato passare nella trama un scioglimento mai esistito del gruppo dandone pure la colpa a Mercury. Fatte queste premesse, bisogna dire che Bohemian Rapsody è veramente imperdibile soprattutto per i fan della band inglese, ed anche per chi è appassionato di musica rock. I motivisono questi: 1) la colonna sonora: sembrerebbe una banalità sottolinearlo, visto che vengono proposte tutte le migliori hit di Mercury/May/Deacon/Taylor eseguite fino a metà degli anni ottanta; ma oltre alla bellezza delle canzoni, c'è anche il modo in cui vengono presentate, spesso nella loro fase di creazione, o nella ricostruzione di qualche concerto. Ed in ogni caso, sembrano venire fuori sempre nel momento giusto. La canzone giusta dei Queen al momento giusto: un po' come forse sarà capitato nella vita di ognuno di noi...
2) Non è solo un film biografico, ma dà anche il giusto peso alla bravura dei quattro e alla loro capacità creativa. Se dal punto di vista della ricostruzione storica ci si è presi molta libertà, pare invece essere molto centrato sul senso del lavoro musicale della band, sulle loro sperimentazioni e sulle loro capacità tecniche.
3) Rami Malek: sinceramente non l'ho trovato fisiognomicamente molto somigliante a Mercury (per dire, Brian May sembra interpretato da un suo clone), ma l'attore è stato bravissimo a ricreare il cantante nei movimenti, nell'estrosità e nella tenuta del palco. Oltre ad essere credibile nelle parti drammatiche. Malek è a tutti gli effetti la parte migliore del film, credendo nel suo ruolo in maniera convinta, e regalando al pubblico una sorta di reincarnazione di Freddie.
4) Il Live Aid: la ricostruzione dei venti minuti in cui i Queen tirarono giù il Wembley Stadium, durante il famoso concerto benefico, è perfetta: l'esecuzione delle canzoni (con l'audio originale), i movimenti di Freddie sul palco, la partecipazione del pubblico (ricreato con un'ottima computer grafica). Tutto riproduce quasi nei minimi dettagli quell'evento rock (basta confrontarlo su you tube per una verifica). Ma soprattutto riesce a riprodurre quell'emozione, quella empatia, quel rapporto con il pubblico oceanico, che Freddie e la band sapevano creare nei concerti.

domenica 9 dicembre 2018

TEATRO: SOLA IN CASA di Dino Buzzati -regia di Mauro Avogadro -con Michela Mocchiutti

Il destino scritto sulle carte di un'esuberante chiromante bussa alla porta dello studio della donna, e si manifesta nel corpo di un assassino. Questa in sintesi è la trama del breve ma straordinario monologo “Sola in casa”, scritto da Dino Buzzati. La piece era stata creata appositamente per la grande Paola Borboni, e debuttò per la prima volta nel lontano 23 maggio 1958 a Milano. Esattamente sessant'anni dopo, la cartomante “laureata” Iris, torna sul palco incarnata da Michela Mocchiuti. L'attrice, friulana di nascita e veneta di adozione, ha già avuto modo precedentemente di confrontarsi con la dura prova del monologo grazie a “Marzia su Roma”, da lei anche scritto, nel quale profetizzava l'avvento al governo dei pentastellati. Questa volta si affida, con bravura e intensità, invece al testo del grande scrittore bellunese; testo che, apparentemente semplice, oscilla costantemente tra un tono drammatico ed uno comico. La simpatia della protagonista, travolgente tra l'enorme chioma, il decollete, e gambe rette su lunghissimi tacchi, fa da contraltare ad un set claustrofobico, in attesa di una minaccia esterna come il fortino de Il deserto dei Tartari, ma prendendo anche elementi classici del thriller. A mescolar tutte queste suggestioni contribuisce efficacemente la regia affidata a Mauro Avogadro, già collaboratore di Luca Ronconi e direttore della Scuola di recitazione del Teatro Stabile di Torino, attualmente regista e docente di interpretazione presso il Piccolo di Milano. Il risultato è un testo ironico, che sa prendersi gioco anche della cosiddetta “cultura alta”, riempendo la scena di “totem”, tra un gatto chiamato come il filosofo Platone, ed un lucertolone battezzato come il drammaturgo Ibsen. Un orologio rotto pare invece prendere in giro la razionalità dell'uomo moderno. Ben più lungimiranti sapranno essere le carte della chiromante, sebbene la loro padrona pare ad un certo punto perdere fiducia in loro (poi smentita). Giocosa è anche l'ambientazione “vintage” anni cinquanta, con Tipitipititso di Caterina Valente come colonna sonora. Ma ovviamente i temi della paura e della insicurezza parlano anche ai giorni nostri, anche se sono collaterali allo scopo principale del testo di Buzzati, cioè quello di una efficacissima, estrosa, tragicomica rappresentazione della solitudine. https://www.youtube.com/watch?v=dekiU-flZlY

martedì 30 ottobre 2018

22 LUGLIO (22 JULY) di Paul Greengrass - Un film sulla strage di Utøya

La recente vittoria dell'estremista di destra Bolsonaro alle elezioni Brasiliane è solo il più eclatante episodio di una tendenza politica internazionale: l'affermazione di leader politici e di partiti segnati dal populismo, razzismo e omofobia, e dal più becero senso di appartenenza nazionalistica e religiosa. In questo contesto risulta estremamente contemporaneo un film uscito di recente nella piattaforma Netflix e presentato sia alla Mostra del Cinema di Venezia che a quella di Toronto. Paradossalmente esso non ci racconta questo complicato 2018, ma di un episodio del passato, sebbene relativamente recente. Sette anni fa la Norvegia fu colpita da un attentato terroristico da parte di un giovane neo nazista, Andres Breivik. 22 LUGLIO (22 JULY) di Paul Greengrass racconta di quella carneficina, e del processo (non solo giudiziario), che ne seguì.
L'attacco, studiato sotto ogni minimo dettaglio, portò alla morte di settantasette persone, e moltissimi feriti. La maggior parte delle vittime era composta da giovanissimi ragazzi di sinistra, ospiti di un campeggio nell'isola di Utøya, organizzato dal Partito Laburista Norvegese. Questo gravissimo fatto di sangue ebbe nell'immediato un forte impatto in tutti i media, ma come spesso succede, dopo un po' di tempo scivolò nel dimenticatoio. Così come fu accantonato presto, a mio parere, anche dai commentatori politici e nelle organizzazioni della stessa sinistra europea, così duramente colpita, e così superficiale da non affrontare fino in fondo quello che era successo. L'elemento su cui il film vuole porre l'attenzione (ed evidenziato dal regista nelle sue interviste a Venezia), è che i contenuti politici dei documenti scritti e delle dichiarazioni dell'attentatore Breivik, all'epoca ritenuti farneticanti, sono di uso comune oggi presso molti leader alla guida di Paesi e Governi. E senza andare molto distante. Paradossalmente anche 22 LUGLIO, ha avuto, nel momento del passaggio alla Mostra del Cinema, un impatto mediatico potente ma troppo rapido. Probabilmente, pur essendo un buon film, ha pagato più di quanto dovuto alcuni suoi difetti, all'interno di una rassegna in cui la media delle pellicole era decisamente alta. Il film inizia potente, nel racconto dell'attentato, mescolando il linguaggio del film d'azione (Greengrass ha diretto parte della saga di Jason Bourne) con quello del film di denuncia. Nella seconda parte risulta forse più lento e retorico, e la scelta di far recitare in inglese gli interpreti crea un po' uno straniamento rispetto alla fedeltà di cronaca. Ciò nonostante, proprio nella seconda parte, e in due personaggi in particolare, il giovane attivista sopravvissuto e l'avvocato che difende il terrorista, troviamo l'appassionata visione del regista su quella che dovrebbe essere la lotta contro il nuovo fascismo globale. Infatti, il giovane e l'avvocato sono apparentemente su due trincee opposte, eppure concorrono entrambi alla difesa della democrazia.
Il ragazzo decide di non rinunciare alla vita e alla testimonianza di quello che ha vissuto e di quelli che sono i suoi valori. Il suo percorso nella riabilitazione fisica e psicologica, è anche il percorso di una società che non vuole rinunciare ai suoi principi. L'avvocato, politicamente schierato a sinistra, decide di accettare quella difesa d'ufficio così ingombrante perché la libertà si fonda anche sul diritto di ognuno ad un processo equo. “Le Democrazie devono vincere con i loro argomenti”, ha dichiarato Paul Greengrass “con le loro idee. Il nazismo non controllato porta alla guerra. Fino a vent'anni fa si poteva contenerlo. Ora questi limiti sono saltati, e la Democrazia non potrà essere difesa solo con le armi. Le idee del terrorista di Utoya sono ora ripetute da molti politici. Dobbiamo essere noi che non siamo d'accordo con questa visione del mondo a dover trovare le motivazioni e le argomentazioni per contrastarla. Rinunciare a questo impegno politico e culturale mette in serio pericolo tutti noi”....

martedì 4 settembre 2018

ROMA di Alfonso Cuaron

Cuaron dopo tante incursioni nello spazio e nel fantastico torna sulla terra girando un film legato alla sua infanzia. La Roma del titolo è un quartiere di Città del Messico e il film, ambientato negli anni settanta, la usa come ambientazione principale per raccontare la storia di una giovane domestica impiegata presso una famiglia della ricca borghesia. Più che per il messaggio (il conflitto di classe risolto con la solidarietà tra donne abbandonate dai loro uomini), il film (vincitore del Leone d'Oro alla Mostra del Cinema di Venezia 2018) colpisce per la bellezza delle immagini e della fotografia, con un caldo e neorealista bianco e nero.