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sabato 4 gennaio 2020

J'ACCUSE/L'UFFICIALE E LA SPIA di ROMAN POLANSKI

con Jean Dujardin, Louis Garrel, Emmanuelle Seigner, Grégory Gadebois / Francia, Italia / 126’



L'Affare Dreyfuss, ossia il più clamoroso scandalo politico e giudiziario, che sconvolse la Francia tra fine '800 e inizio '900, secondo Polanski. Il film riprende il caso dell'ufficiale di orgini ebree condannato ingiustamente per spionaggio, con una meticolosissima ricostruzione storica, attenta ad ogni dettaglio e scenografia. Ed il tutto è girato seguendo le regole base delle detective story e delle pellicole d'inchiesta.
Le due ore del film scorrono bene nonostante il groviglio degli intrighi della trama ed i tanti personaggi. E il sottotesto politico, con il parallelismo alle manifestazioni d'intolleranza dei nostri giorni, è chiarissimo.
Unica nota negativa: la confezione assomiglia troppo ad uno sceneggiato televisivo di lusso.
Presentato alla Mostra del Cinema di Venezia, da dove ha portato a casa il Leone d'Argento. 
Produce Luca Barbareschi.

sabato 7 settembre 2019

JOKER (VINCITORE LEONE D'ORO 2019)



La migliore risposta che la Warner-DC poteva dare al successo di Avengers Endgame della rivale Marvel.
Joker è un film delle origini sull'omonima nemesi di Batman. Ma stavolta in una versione realistica che concede poco all'immaginario fumettistico, pur collegandosi ampiamente al materiale di origine. Il riferimento di partenza non può non essere il Nolaniano Cavaliere Oscuro, ed il criminale interpretato magistralmente da Heath Ledger. Ma qui l'acceleratore viene schiacciato al massimo, per illustrare la strada che porta un cittadino sociopatico a diventare un criminale sociopatico. Il tutto guardando la storia dal punto di vista proprio del Joker, che alla fine si rivela essere una vittima ancor prima di carnefice. Vittima della struttura famiglia (che non lo salva dalle violenze) e dalla struttura società. Tutto il film sembra un grande j'accuse alla mancanza di empatia della società capitalista e dello show business che ne è lo strumento. Il film riesce quindi a parlare a tanti elementi della politica degli ultimi anni. Non un caso se il villain ad un certo punto sembra essere proprio il padre di Bruce Wayne, miliardario e candidato sindaco un po' allergico ai pezzenti.
Violenza esplosiva sebbene limitata in precisi episodi, in un'ambientazione tipicamente anni settanta, citando i primi film di Scorsese come Taxy Driver e Re per una Notte.
E su tutto un trionfante Joaquin Phoenix, bravissimo nel fare sintesi tra i disturbi mentali del protagonista e la figura disturbante del clown.
Unico neo: il film sarebbe stato perfetto se fosse finito cinque minuti prima con le immagini del trionfo dei Joker, invece che con un semi-rassicurante finale. 




JOKER
di TODD PHILLIPS
con Joaquin Phoenix, Robert De Niro / USA / 118’
VINCITORE DEL LEONE D'ORO MOSTRA DEL CINEMA DI VENEZIA 2019

martedì 4 settembre 2018

ROMA di Alfonso Cuaron

Cuaron dopo tante incursioni nello spazio e nel fantastico torna sulla terra girando un film legato alla sua infanzia. La Roma del titolo è un quartiere di Città del Messico e il film, ambientato negli anni settanta, la usa come ambientazione principale per raccontare la storia di una giovane domestica impiegata presso una famiglia della ricca borghesia. Più che per il messaggio (il conflitto di classe risolto con la solidarietà tra donne abbandonate dai loro uomini), il film (vincitore del Leone d'Oro alla Mostra del Cinema di Venezia 2018) colpisce per la bellezza delle immagini e della fotografia, con un caldo e neorealista bianco e nero.

SUSPIRIA di Luca Guadagnino - BALLETTI E SPLATTER D'AUTORE

Una ballerina americana si presenta ad una scuola di danza nella Berlino degli anni settanta e degli attentati terroristici. Nella scuola però non si insegnano solo piroette, e i suoi misteri attirano l'attenzione di un vecchio psicanalista sopravvissuto allo sterminio nazista. Suspiria tiene alta l'attenzione con teste che esplodono, ballerine torturate, vecchie deformate e artigli cadaverici, tutto condito con sangue a litri e budella esposte. Ma su questo film pesa forse un po' troppo il fatto di essere un remake del film cult (a torto o a ragione) di Argento di quarant'anni fa. Pur omaggiando l'originale attraverso scenografie e fotografia, il cinema raffinato di Guadagnino appartiene ad un'altra dimensione, e può essere un limite se non riesce a produrre la tensione di cui il film necessita. In ogni caso interessante l'accostamento dell'orrore di finzione con quello del terrorismo e dell'olocausto. E Tilda Swinton perfetta nella parte dell'enigmatica insegnante di ballo.

domenica 2 settembre 2012

THE MASTER di P.T.Anderson

Joaquin Phoenix è uno sbandato tornato dalla Seconda Guerra Mondiale, che nel suo girovagare si imbatte in una setta di matrice familiare convinta nella reincarnazione. Verrà preso sotto affidamento dal leader e maestro, che tenterà di curare la sua psicosi. Bravo Phoenix, ben lontano dal Commodo de Il Gladiatore, ma che in fin dei conti interpreta quasi se stesso. Immenso Philip Seymour Hoffman, nella parte del Maestro, di cui esterna tutte le sottigliezze carismatiche e perverse. Rappresentazione non accreditata di Scientology, il film non sembra proprio una condanna tout court delle sette pseudo – religiose, evitando semplificazioni e rappresentazioni troppo violente, ma l’immagine grottesca che ne esce non lascia ad esse molte speranze. Finale troppo veloce dopo due ore di film.

TO THE WONDER di T. Malick

Raramente ho visto un film in cui per due ore consecutive, ogni fotogramma fosse un piccolo quadro, una felice immagine ed intuizione cinematografica allo stesso tempo. Al film di Malick non servirebbero le parole, basterebbe la semplice visione per seguire la trama; una trama tutta incentrata sulla difficile relazione di una coppia (lui Ben Affleck , lei una bellissima Olga Kurylenko), e su un parroco (Javier Bardem) senza fede come contorno. Il tentativo è quello di mettere in relazione l’amore di Dio (attraverso il creato) e quello degli innamorati. A rovinare il tutto il tutto sono proprio le parole, passate quasi tutte attraverso voice off del pensiero dei protagonisti: parole leziose, che abbinate alla raffinata estetica delle immagini, fa sembrare il tutto la reclame dell’ultimo profumo di uno stilista parigino. Alla fine scattano impetuosi i fischi. Ma se Malick si fosse manifestato in sala, avreste fischiato, critici codardi?

domenica 5 settembre 2010

SU SOFIA COPPPOLA ED I TELEGATTI





I giornali hanno parlato tantissimo della tromba d’aria al Lido. Il bello è che non me ne sono quasi accorto, dato che ero dentro in sala a guardare Somewhere. Ammetto che quando ho sentito i tuoni pensavo che fossero parte del sonoro del film. A proposito di Somewhere, il film ha colpito il pubblico soprattutto nella parte dedicata alLA televisone italiana, con Ventura, Marini e co che si prestano forse alla più grossa umiliazione della tv nostrana da parte di un’importante autore/autrice internazionale. CerTo in conferenza stampa la Coppola ha dovuto ridimensionare un po’ i toni, visto che il film lo distribuisce la Medusa di Berlusconi, ed in sala c’era il presidente della stessa, Carlo Rossella. Ecco allora che la televisione italiana, per voce della regista, non è diversa da quella nel resto del mondo. E allora perché è stata scelta l’Italia. Forse perché solo in Italia si trovano “divi” catodici disposti a rendersi ridicoli di fronte al mondo in cambio di soldi?

martedì 31 agosto 2010

TRAILER DELLA MOSTRA DEL CINEMA

Ecco alcuni trailer dei film presentati quest'anno alla Mostra di Venezia...

Black Swan
di Darren Aronofsky , con Natalie Portman, Mila Kunis, Vincent Cassel, Barbara Hershey, Winona Ryder
Natalie Portman interpreta una ballerina ossessionata da una rivale, un’ossessione che la porta alla follia. O forse la rivale è già un parto della sua mente?




Detective Dee di Tsui Hark, con Andy Lau, Carina Lau, Li Bingbing, Tony Leung, Ka Fai
L’ imperatrice Wu vede misteriosamente morire intorno a lei i suoi fedeli sostenitori e amministratori. Senza scelta, Wu invita a risolvere i crimini il famigerato Detective Dee; l'uomo che lei stessa aveva mandato in esilio otto anni prima. Effetti speciali e magia in un Cina medioevale e fantastica allo stesso tempo.




La solitudine dei numeri primi
di Saverio Costanzo, con Alba Rohrwacher, Luca Marinelli, Filippo Timi, Isabella Rossellini, Maurizio Donadoni
Tratto dal romanzo di Paolo Giordano, vincitore del premio strega e del Premio Campiello racconta le vicende intrecciate di Alice e Mattia, segnati ciascuno da una tragedia durante l’infanzia, attraverso le varie fasi della loro vita..




13 Assassins di Takashi Miike, con Kôji Yakusho, Takayuki Yamada, Yusuke Iseya, Goro Inagaki
Nell'era degli Shogun, Tredici Assassini contro un giovane nobile malvagio e le sue guardie del corpo: samurai, epica e sangue.


mercoledì 16 settembre 2009

ULTIME RECENSIONI DALLA MOSTRA...

MR NOBODY
Di Jaco Van Dormoel
È il 2092, l’immortalità è ormai realtà e scienza. Nessuno muore e tutti sono giovani. Tranne mr Nobody, l’ultimo mortale anziano (117 anni). Perché? E perché l’uomo dice di ricordare almeno una decina di vite passate, variazioni della stessa, in alcune delle quali risulta pure morto?
Un po’ Sliding Doors, un po’ Vanilla Sky, ma il film di Van Dormoel va oltre, in un lungo ragionamento sulle scelte e sul caso, sul tempo e sulla vita, sulla possibilità che un destino abbia più senso di un altro o meno…
Ed in questo caleidoscopio di ricordi, immagini, sentimenti alternati il regista sfrutta tutte le potenzialità del mezzo cinematografico. Forse diranno che il film è pretenzioso, a volte confuso, non degno di premio…Critiche non del tutto ingiustificate, ma è l’unico in tutta la mostra (mai un picco, mai un abisso, ma quasi sempre ferma su valori medio alto o medio basso), che si può candidare come un cult nel futuro. Per intenderci, una di quelle pellicole che fanno nascere l’amore per il cinema nei giovani asociali…


IL GRANDE SOGNO
Di Michele Placido
Tentativo ambizioso quello di Placido: raccontare il ’68 partendo dalla sua esperienza personale di poliziotto celerino.
Tentativo riuscito bene solo in parte. Si salva il ruolo del personaggio di Scamarcio, poliziotto con la passione del teatro, chiaramente legato alla biografia del regista. Va meno bene la parte dei “ragazzi del ’68” (Jasmine Trinca, Luca Argentero), spesso ridotti a degli stereotipi, per quanto positivi. È come se si fosse voluto mettere tutto il ’68 in un film di due ore, Che Guevara e Martin Luther King compresi, una specie di super bignami. Se poi si aggiungono la storia d’amore ed il dramma familiare, si capisce che qualche ambizione in meno avrebbe giovato.


SOUL KITCHEN
Di Fatih Akin
Le vicissitudini tragico-comiche di un piccolo ristorante nella periferia di Amburgo.
Nessun messaggio in particolare da lanciare, ma questa storia di emarginati e freak sociali, tedeschi, e greci, turchi, arabi naturalizzati tedeschi, ci suggerisce forse che la società interculturale nasce dal basso, e dalla capacità di far rete partendo dalle buone esperienze comuni, come buon cibo e buona musica.
E a parte questo si ride dal primo minuto fino all’ultimo. Attori bravi e simpatici, bella musica, geniali titoli di coda. Cosa volete di più?


BETWEEN TWO WORLDS
Di Ahasin Wetey
Inizia bene questo film dallo Sry Lanka, con le immagini di una guerra civile, mentre decine di televisori rotti ed abbandonati ricoprono le strade e gli specchi d’acqua, e antenne ripetitive prendono fuoco. Si forma un triangolo (due uomini più una donna), che sembra essere il centro su cui ruota il film. ed invece uno dei due uomini viene abbandonato. Questi raggiunge un vecchio che gli dice che a volte il passato si manifesta nel presente. E a questo punto il protagonista comincia a passare continuamente tra ricordi(?), fantasie(?), ipotetiche realtà alternative (?).
Ad un certo punto in sala, un palloncino, lasciato dalla precedente proiezione di un film della Pixar-Disney, ha cominciato a volare fino a raggiungere il grande schermo.
È stato il momento è più emozionante del film. E l’unico che ho capito.

A SINGLE MAN
Di Tom Ford
Un professore gay non riesce a superare la scomparsa del compagno.
Lo stilista Tom Ford dirige i bravissimi Colin Firth e Julianne Moore in due personaggi stilosi in un film iper-stiloso. Ogni scena è bella. Fin troppo bella. Tutto è talmente estetico da sembrare un mega spot di Chanel n°5.


LO SPAZIO BIANCO
Di Cristina Comencini
La spazio bianco è la sala asettica dove è ricoverata la figlia, nata prematura, del personaggio interpretato da Margherita Buy, un’insegnante serale di Napoli, single e impegnata politicamente. Ma lo spazio bianco è anche il limbo del non far nulla nell’attesa di un evento, per lei che non è più incinta ma la cui figlia allo stesso tempo non è ancora nata, imprigionata nell’incubatrice.
Gran prova di recitazione della Buy in un film che mescola bene lirismo e realismo, commedia e dramma.

WOMEN WITHOUT MEN
Di Shirin Neshat
Quattro donne iraniane nel 1953 si confrontano con l’emarginazione imposta loro dalla cultura religiosa e popolare, mentre lo Scià di Persia prepara quel colpo di Stato che sarà la triste premessa della rivoluzione Khomeinista. Le donne troveranno rifugio in una villa immersa in un bel giardino. Ma la storia e la politica sono pronte a bussare alla porta ed interrompere questo limbo.
Un po’ indeciso tra il registro realistico e quello onirico, il film è comunque un appassionato atto di denuncia delle condizioni delle donne iraniane, e un dichiarato sostegno alle forze democratiche del Paese mediorientale.


LOLA
Di Brillante Mendoza
Un film, come si sarebbe detto una volta, neorealista (pure troppo).
In una Manila disperata e degradata, sommersa dalla pioggia, la nonna di un omicida si deve confrontare con la nonna dell’assassinato. Disarmante il finale, dove la prima compra il perdono della seconda con una somma di denaro, mentre parlano dei loro problemi con l’artrite. Un film sull’essere debitori, non solo dal punto di vista economico.
L’hanno dato tra i favoriti, ma buona parte dei critici che hanno applaudito erano gli stessi che dormivano durante le due ore di proiezione.


36 VUES DU PIC SAINT LOUP
di Jacques Rivette
Il proprietario di un circo muore. La figlia, esiliata dalla comunità di acrobati e clown, torna dopo 15 anni. Nel circo si aggira anche un uomo misterioso (Castellito prestato al cinema francese), che cercherà di risolvere i problemi esistenziali della donna. Il circo come mondo alieno, misto di espressione artistica e disagio sociale. Già visto altrove e meglio (vedi Chaplin e Fellini), senza riuscire nemmeno a riprodurre l’ambiguo fascino del mondo circense. E poi la produzione poteva almeno comprare un tendone da circo più grande di un salotto medio?


THE INFORMANT
Di Stephen Soderbergh
Un manager di una grande azienda collabora con l’FBI per smascherare le operazioni di cartello fatte con altre società internazionali. Peccato che si riveli prima un idiota, poi un bugiardo maniacale, con tanti scheletri nell’armadio. Soderbergh cerca la sintesi tra Erin Brockovich e Oceans’s eleven. Il risultato è simpatico ma non si capisce bene che direzione voglia prendere: commedia o film di denuncia? Ingrana solo dopo un’ora. Bravo comunque Matt Damon: ingrassato, goffo e fastidioso.


NAPOLI NAPOLI NAPOLI
Di Abel Ferrara
Un emozionante viaggio sotto forma di documentario, con inserite delle parti in fiction, nella criminalità napoletane. Colpiscono le interviste alle detenute, agli operatori sociali e ai politici locali (caliamo però un velo pietoso sulla Jervolino).
Meno riuscita la parte recitata.

sabato 12 settembre 2009

I PREMI DELLA MOSTRA DEL CINEMA 2009



Siamo quindi arrivati al finale della Mostra del Cinema di Venezia. Vengono fuori i premi e naturalmente fra un po’ anche le polemiche.
Da segnalare il fatto che hanno premiato le pellicole più politiche, ed hanno punito il cinema italiano, tenendo conto che un quinto dei film presentati era nostrano.
Il premio per la sceneggiatura innanzitutto: va all’acidissimo Life during the wartime, dato favorittissimo dopo la proiezione, e sicuro argento poche ore prima della premiazione. E invece deve accontentarsi del premio della sceneggiatura. Forse meritava di più, e forse questo premio lo avrei visto meglio in mano al complicatissimo Mr Nobody, il quale invece incassa il premio per il miglior contributo tecnico …
Passiamo ai migliori attori. Coppa Volpi per miglior attore maschile va a Collin Firth: assolutamente meritato, visto che è lui a reggere quasi interamente il retorico ed esteticheggiante A Single Man.
Sorpresa per il premio per la miglior attrice: va a Ksenia Rappoport per l’italiano La doppia ora, quando tutti puntavano sulla favoritissima (e bravissima) Margherita Buy per Lo spazio bianco, che fra tutti i film italiani è sicuramente stato il più amato.
Premio Mastroianni come attore/attrice esordiente va a Jasmine Trinca. Su questo ho qualche perplessità: primo perché non mi sembra che la Trinca sia così esordiente; secondo perché (pur in tutto il rispetto per la buona prova recitativa da parte di una giovane attrice) a mio parere non regge il confronto con le vincitrici degli anni scorsi (le protagonista di A burning plain e Cous Cous).
Ma forse gli ultimi due premi vanno intesi come “riparazione” al fatto che la nutrita schiera italiana non è stata premiata nei riconoscimenti più importanti.
Ed eccoli i riconoscimenti più importanti.
A sorpresa, ma è una bella notizia, il Premio Speciale della Giuria va a Soul Kitchen, un film fresco, giovane, multiculturale, divertente e musicale. E qui scommetto che c’è lo zampino del vecchio Liga, il cantante due volte prestato al cinema presente nella giuria presieduta da Ang Lee.
Il Leone d’Argento è assegnato al bello ma difficile Women without men, pellicola sulle donne nell’Iran degli anni cinquanta. Anche questo un po’ a sorpresa, perché scalza via un altro favoritissimo: Lourdes.
Il Leone d’Oro non poteva che andare a Lebanon: forse (a mio giudizio) non il migliore film presentato alla Mostra, ma sicuramente questa lucida e spietata pellicola antibellica era l’unica di fronte alla quale si potevano inchinare tutti insieme i componenti della giuria.
Grandi sconfitti Lourdes, e questa è una grave mancanza, e Capitalism di Micheal Moore, ma era difficile vederlo vittorioso dopo aver già sbancato Cannes con Farenheit.
E sicuramente il cinema italiano, in particolare Baaria, e pure la Medusa, società distributrice (praticamente monopolista), che contava molto sul film di Tornatore. Ma la pressante compagna promozionale per il film non deve averlo favorito.
Altre considerazioni. Si capisce che i due Leoni sono andati a film collocati narrativamente nel passato, ma che si collegano fortemente al presente prendendo chiare posizioni su eventi politici recenti. Quindi la giuria ha dato un chiaro segnale. Il cinema italiano presente alla Mostra, per quanto di qualità sicuramente maggiore rispetto ai due anni precedenti, sembra non voler collegarsi al presente, non lo racconta. Preferisce narrare di un passato che non c’è più, da rimpiangere e staccato dal presente. Il successo di Gomorra a Cannes l’anno scorso non ci ha insegnato molto….


Troverete le recensioni della Mostra del Cinema sul sito della Rivista Culturale L’Avocetta www.lavocetta.it.

mercoledì 9 settembre 2009

REDCARPETISTI

La passerella è un po' triste quest'anno. L'altro ieri è passato il rivoluzionario Chavez, qui a sperimentare l'ebbrezza del politico in veste di star. Ma non regge il confronto con le varie Charlize Theron, Anne Hathaway, Keira Knightley viste gli anni scorsi. IEri è passato Clooney, presente alla mostra con il film The men who star at goats, in compagnia della nostrana Canalis, presente alla mostra con Videocracy(....).
ma George è una presenza talmente fissa alla mostra da essere quasi più abitudinario di Lino Toffolo. Il prossimo anno non vale più.
Molto più divertente il passaggio oggi pomeriggio, in sordina e non pubblicizzato, del regista Abel Ferrara (ha presentato il suo Napoli napoli napoli, bel documentario sulla città partenopea da consigliare a tutti).
Con la camminata da bluesman alcolizzato e camicia sbottonata, il regista ha attraversato il red carpet in compagnia della sua claque personale, pronta a lanciare il suo coro da stadio: "Abel! Abel! Abel!"


Troverete le recensioni della Mostra del Cinema sul sito della Rivista Culturale L’Avocetta www.lavocetta.it.

martedì 8 settembre 2009

ANCORA SU MOORE (E BERLUSCONI...)

Il buon vecchio Michael Moore non può perdere l’occasione di parlare anche di Berlusconi. E così capita che in conferenza stampa parli della difficile situazione politica italiana, del deficit di libertà di stampa, dei vari probemi legati al Presidente del Consiglio…ma ad un certo punto si ferma e cerca di tranquillizzare la gente che ha di fronte. “Tranquilli, sto scherzando: io e Berlusconi siamo grandi amici!” e poi grida, facendo un gesto con la mano verso una porta come per invitare qualcuno ad entrare “dai Berlusconi, vieni, ti stiamo aspettando tutti, lo scherzo è finito”.
La sala scoppia dal ridere (qualcuno fischia). Ma la cosa triste è che molti giornalisti lì presenti hanno veramente allungato il collo per vedere se Berlusconi fosse effettivamente dietro la porta, perché non si stupisce più nessuno che il Presidente del Consiglio italiano possa saltar fuori facendo il cucù…

sabato 20 settembre 2008

CHE COSA ABBIAMO IMPARATO...



Dopo dieci giorni di proiezioni, corse da una sala all’altra, conferenze stampa, mi ricordo che cos’è il Lido prima ancora di essere la sede della mostra: e cioè una lingua di terra tra la laguna e il mare. E in dieci giorni non ho mai messo piede in spiaggia. E allora esco dall’area della mostra con tutti i suoi lustrini, e lo spirito delle giostre che stanno sbaraccando, e mi infilo nel primo accesso alla spiaggia che trovo. Tra tanti villeggianti in costume, io sono l’unico vestito da capo a piedi, con appesa alla spalla la borsa ufficiale della mostra, stracolma di ogni oggetto di sopravvivenza. E mi son messo pure la camicia!
Mi butto in fondo ad uno scoglio ed estraggo la mia moleskine e la pilot nera con cui ho recensito i film in questi giorni, assumo l’aria di uno assorto nel suo momento creativo, e comincio a scrivere il testo che state leggendo (“Dopo dieci giorni di proiezioni…”).
Vicino a me, dei piccoli granchi scappano intimoriti. Il mare è mosso. Le onde alte si infrangono sugli scogli e mi arrivano degli schizzi. E poi di nuovo schizzi. E ancora schizzi…una goccia cade sul foglio e diffonde l’inchiostro della pilot in una macchia…e realizzo: ma qui sta piovendo! Non ho messo piede in spiaggia da dieci giorni e cinque minuti dopo che finalmente lo faccio, piove! Piove dopo dieci giorni di sole! Fuggo insieme ai bagnanti (mi ricorda la proiezione di Shirin…): loro in costume, io in camicia, pantaloni, scarpe borsello e borsa di ordinanza.
E mentre cerco un riparo mi chiedo: che insegnamento si può trarre da questo? E che insegnamento si può trarre dopo aver visto una trentina di film di paesi e tematiche diversi? Cosa si può imparar da un’inesistente squadra di pallamano cingalese e dagli sminatori americani in Iraq? Cosa da una pesciolina che vuole diventare umana e da un clown che va a salvare i bambini di Bucarest? Cosa da un lottatore americano di wrestling in cerca di una riscossa e una donna francese che si prende a martellate in testa?
Ho solo una risposta possibile: BOH!
E allora non avendo mie conclusioni da proporre, faccio mie quelle del maestro Olmi: la magnificenza del mondo ci rende sempre tutti degli apprendisti.
Amen.

sabato 13 settembre 2008

LA NOTTE DEI LEONI (E DI UN UOMO CON IL BASTONE) -PARTE 2

Wenders avanza sul palco ed esordisce dicendo “La giuria ha lavorato con sette cuori e sette menti, vi sono delusi da questa parte del palco così come dall’altra parte, vi chiedo per tanto di togliere dal prossimo anno dal regolamento l’impossibilità di dare due premi principali allo stesso film”. Poi apre la busta e comincia a parlare in inglese. Capisco solo a movie that breaks the hearts (ma allora è Ponjo?) e rock…rock? Che c’entra il rock? Ma no! è Rourke! Ha vinto the Wrestler. Mickey impudentemente va sul palco mentre Wenders non ha ancora finito di pronunciare il nome del regista. Prende il microfono come se fosse suo il film. Ma nessuno glielo impedisce, perché in fondo è vero: è il suo film! “Grazie per la festa. Avete fatto al scelta migliore!” c’è un’ovazione da stadio. Non era il migliore dei film alla mostra, anche se tra i migliori, ma se il cinema è anche emozione, allora questo era il migliore dei finali possibili per una mostra tutto sommata blanda.
Finite le premiazioni i premiati devono passare per la sala stampa dove mi trovo. Dalla parte opposta della mia fila si siede la giuria. La Golino ha un vestito ultrachiccoso d’argento. Sembra una sirena e sembra emozionata. Wenders è un po’ di cattivo umore. Invece è raggiante John Landis, nonostante sia costretto a camminare con un bastone tipo Dr House per un infortunio.
Wenders viene messo subito sotto attacco da una giornalista giapponese: Perché di tre film giapponesi nessuno ha ricevuto un premio? Diplomatica la risposta: “Tra pochi premi è difficile scegliere tra tanti film meritevoli. Ma le assicuro che ogni elemento della giuria sa cantare la canzone di Ponjo. Ci puoi dare una prova, Johnnie?” Johnnie To, regista cinese e membro della giuria, si alza in piedi e si mette a cantare la canzoncina simulando un balletto. Scrosciano gli applausi e le risate.
Poi Wenders continua: “Porto un cuore pesante da quando sono arrivato: non siederò più al vertice della giuria. I tre premi della recitazione purtroppo non si possono sovrapporre a quelli per la regia, ma quello che ho detto anche sul palco non dev’essere inteso per sminuire il premio ad Orlando. Ho sentito delle voci prima in questo senso. Smentisco nella maniera più assoluta.” Ma cosa dicevano queste voci? Sostanzialmente che la giuria avrebbe voluto assegnare sia il leone d’oro che la volpi maschile a The wrestler. Questa è l’interpretazione anche della Aspesi su Repubblica. Ma secondo me la versione è un’altra. Wenders e Golino volevano dare entrambi i premi al film di Avati, ma il resto della giuria deve aver fatto resistenza avvalendosi di questa regola. Probabilmente il film in sé non era molto amato, ma la recitazione di Orlando riusciva a trovare unanimi consensi. Infatti l’attrice riferisce “abbiamo avuto parecchie controversie, ma su Silvio non abbiamo mai litigato”. L’attrice è protagonista di una scenetta comica. Alzandosi per raggiungere il tavolo degli interventi, le rimane attaccato alla schiena il cartello “RISERVATA” che era appiccicato sulla sua sedia. Tra le risate generali, ci vogliono cinque minuti per liberarla senza rovinare il bell’abito: ormai il clima è da festa delle medie…Continua l’attrice: “Tanto tempo fa ho vinto anch’io la Coppa Volpi, ma siccome allora la mostra era povera, mi avevano dato solo una targa di metallo, non è che adesso potete darmene una vera?” Silvio Orlando che nel frattempo era entrato nasconde la sua coppa nel timore che la Golino gliela porti via. L’attore, a chi gli chiede se è veramente un momento d’oro del cinema italiano, risponde “Sono almeno trent’anni che sento parlare di alti e bassi del cinema italiano. Forse ci vorrebbe più rispetto, sia nell’esaltare che nel criticare. Di certo ci sono nuovi talenti che stanno emergendo. Ah, vorrei ringraziare Valeria perché se ho vinto è perché lei è riuscita a sedurre tutti i membri della giuria!” Wender ride e afferma che è vero. Landis salta in piedi:”No, guarda, siamo noi della giuria che ringraziamo Valeria!”. E giù con le risate (noto che Landis è proprio su di giri). Intanto passano la giovane Jennifer Lawrence (“Grazie per il bellissimo regalo per i 18 anni!”), la meno giovane Dominique Blanc (“le martellate in testa erano vere!”), Schroeter (“Per anni ho vissuto nel sud Italia; quando ho vinto il festival di Taormina nel 78 gli italiani erano stupiti di una tedesco che parlava italiano”; Wenders ”Io e Werner ci conosciamo da quarant’anni, poi il modo di vivere diverso ci ha separati…”), il regista di Teza (che polemizza sui rapporti tra Etiopia e Italia “il problema è che l’Etiopia sta zitta e l’Italia parla troppo. Ricordiamoci che c’è stata una guerra, in Etiopia c’è il monumento a Mussolini; bisognerebbe collaborare di più, ma anche per questo film la RAI non ha voluto dare finanziamenti, arrivati invece dalla Francia”), e quello di Paper soldier (Wenders sembra prenderlo in giro “dove avete trovato il missile che si vede?”, risposta “Sembrerà strano ma anche in Russia abbiamo la computer grafica; quello che si voleva sottolineare con al scena del missile – un razzo che si alza all’orizzonte mentre in primo piano c’è una scena di vita comune – è che anche ad un piccolo uomo può succedere qualcosa di straordinario).
Alla fine, acclamati, arrivano il regista Darren Aronofsky, e Mickey Rourke, di The Wrestler. Ed è un altro spettacolo come la conferenza del giorno prima. Il regista sottolinea come il finale sia stato possibile perché il fatto di essere un film indipendente, non controllato dalle major gli dava maggior libertà. La francese seduta accanto a me si alza per dichiarare il suo odio per il Wrestling, ma si è innamorata del film “Signor Rourke, come ha fatto a prepararsi così bene per questo ruolo?”. Risposta: “sono rimasto disoccupato per 15 anni per cui ho avuto modo di prepararmi alla parte.” Poi un giornalista italiano ha l’ardire di chiedere la collocazione della pellicola rispetto ad una tradizione di film sportivi (ossia, tradotto: è un remake di Rocky o no?). A quel punto sembra che Mickey sia sul punto per menarlo: ”la sua domanda dimostra che lei non capisce niente né di sport né di cinema! Il wrestling non è sport: è intertainment, come il cinema”. Il regista cerca di tenere calmo l’attore. Per fortuna in soccorso arriva una domanda che lo addolcisce, e per un attimo ritrasforma quel volto deformato in quello dolce di vent’anni prima: “Perché si porta ovunque il suo Chiwawa?”. Risposta:”la mia cagnolina ha 16 anni, ormai è vecchia; due mesi fa ha avuto un intervento al cuore: non le rimane molto da vivere e voglio semplicemente passare con lei il poco tempo che ci rimane..”.
Scatta fragoroso l’applauso, e comincia il fuggi fuggi generale.
Mi passa Landis davanti. Cammina appoggiandosi sul bastone. Un diavolo tentatore mi bisbiglia all’ orecchio…e gli chiedo l’autografo. Mi fa un sorriso larghissimo e mi prende la moleskine. “What’s your name?” “Nicola” “Sorry?” “NICHOLAS!” “Ah, ok!” e si mette a scrivere ridendo. Lo ringrazio e guardo cosa ha scritto: NICHOLA! E in corsivo: John Landis.
E poi si allontana sorridente e soddisfatto, giocando con il bastone in mano e mostrando che non ha nessuna zoppia. Allora mi viene un’intuizione!
Diavolo di un mistificatore americano: nei film l’uomo col bastone è sempre quello dietro ad ogni macchinazione.
Landis è arrivato dagli USA per far parte di una giuria di uomini di cinema rappresentati gli interessi di cinematografie nazionali che hanno difficoltà a mettere a posto i conti, interessi da incrociare con le esigenze del cinema impegnato. Si è trovato in mezzo ad uno sceneggiatore russo che il primo giorno aveva dichiarato, senza accennare un sorriso, di appoggiare il cinema d’essai, e quindi probabilmente ha appoggiato unicamente il connazionale Paper Soldier; una regista sud americana desiderosa di premiare un film che facesse vedere un pezzo di mondo, e sicuramente avrà appoggiato l’etiopico Teza; un’attrice italiana (Golino) che doveva difendere il tricolore e un presidente di giuria, molto legato all’Italia, ma che doveva tener conto anche della sua patria (ossia Schroeter). Ha avuto gioco forza sfruttando le loro divisioni per farli ripiegare tutti a premi di secondo livello, e piazzare in vetta quel film americano che il giorno della vigilia della proiezione era visto come sfavorito (figurarsi: la storia di un lottatore di wrestling che vuole rifarsi la vita!).

Diavolo di un Landis!

mercoledì 10 settembre 2008

LA NOTTE DEI LEONI (E DI UN UOMO CON IL BASTONE) -PARTE 1

Si avvicinano le 18 e 30, l’ora della premiazione. A noi accreditati è proibito entrare in salA grande, dove si svolge la cerimonia. Siamo tutti destinati a seguire l’evento in sala conferenze stampa. Quando arrivo la sala è vuota. Impudentemente mi metto in prima fila. Mi ritrovo in mezzo a una schiera di cinesi che parlano sempre a voce alta e ad una giornalista francese esaltata che continua a farmi battute in francese a cui rispondo ridendo pur non capendo una parola di quello che dice. Nella sala l’eccitazione è alta. Dal maxi schermo si vede chi attraversa il red carpet, e in base a questo si fa il toto nomine: c’è Mijazaki, non c’è la Hattaway…
Poi iniziano le danze. Muller vestito da prete e la Ksenia Rappoport presentano la premiazione con la giuria seduta al loro fianco.
Il primo premio è l’Osella alla fotografia, che va a Paper Soldier: i giornalisti italiani dietro di me sono contenti: prendere quel premio vuol dire escluderlo forse dai premi più alti.
Poi viene l’Osella per la miglior sceneggiatura: la prende Teza. E qui scatta il brusio: il film è uno dei più favoriti, osannato dalla critica.
A questo punto a chi è andato l’oro? Qualcuno dice Vegas, film molto Wendersiano, ma dei partigiani pensano ad Avati . Mijazaki si capisce che ormai è dato per silurato.
Poi: premio Matroianni per miglio attore emergente a Jennifer Lawrence, di Burning Plain (interpreta il ruolo della Theron da Giovane): niente da dire, quasi previsto; di certo è strano che la produzione non l’avesse prevista nella delegazione. Il viaggio al Lido gliel’anno pagato i suoi genitori come regalo per i 18 anni.
Coppa Volpi per Miglior attrice: Dominique Blanc, per l’Autre. Il film non mi era piaciuto, ma lei però è brava. Certo io preferivo la Hattaway…..
Coppa Volpi per Miglior attore…suspence, sarà Rourke o Orlando’ La risposta è: Silvio Orlando (sale sul palco, ringrazia tutti, fa una gaffe su Avati “nell’alto dei cieli”, e chiude:”la fortuna è incontrare le persone giuste”; beato lui…).
Poi è il Leone speciale per l’opera complessiva; non è un premio obbligatorio, in genere viene dato come premio di consolazione al quarto arrivato, o comunque ad uno che aveva buone possibilità di andare all’oro ma non ce l’ha fatta. Il premio è andato a Scroether il regista di Nuit de Chien; a mio avviso uno dei film più brutti che ho visto qui alla mostra. Però il regista è simpatico, gira vestito come il Dracula di Coppola, parla in Italiano ed è molto ironico.
Tocca la Premio speciale della giuria, una sorta di medaglia di bronzo, ma anche qui si tratta di un film che ha rischiato di prendere l’oro, molto più del secondo arrivato. Si tratta del superfavoritissimo Teza. È il secondo premio della serata e questo è indice quanto era in corsa.
Tocca al Leone d’argento: Paper Soldier. Ho una specie di sussulto: sono l’unico in sala ad apprezzare questo risultato; evidentemente avevo amato solo io quel film, e la considero una mia personale rivincita su accreditati più scafati di me.
Tocca al Leone d’oro: a chi toccherà? Teza ormai è escluso, Ponjo e Vegas non sono mai stati nominati…(SEGUE.....)

sabato 6 settembre 2008

CONFERENZA STAMPA CON MICKEY ROURKE

Entrano regista, produttore, e lo sceneggiatore DI THE WRESTLER. Entra la bella ed eterea Evan Rachel Wood, la brava attrice che interpreta la figlia del protagonista (non presente, la parte della spogliarellista è interpretata da Marisa Tomei: i nostri complimenti sotto ogni punto di vista). Ma soprattutto entra lui, Mickey Rourke. Indossa un completo elegante di colore verdastro che ricorda sinistramente quello del Joker di Heath Ledger. Il viso è gonfio e deturpato, non più quello di Nove settimane e mezzo, rovinato dai pugni presi e dalle plastiche facciali eseguite nell'inutile tentativo di riportarlo alle fisionomie originali. Si, perché Mickey il bello, all'apice della sua carriera, tra la fine degli anni 80 e primi 90, ha mollato il carrozzone dello spettacolo per darsi alla boxe delle categorie più infime sotto pseudonimo e mal pagato, solo per realizare un suo sogno di gioventù. Ai combattimenti sul ring facevano da contraltare le sedute dallo psichiatra. Solo negli ultimi anni (per merito soprattutto di Sin City) è ritornato alla ribalta. Ecco perché questo film è il suo film.

La prima domanda posta sembra quasi d'obbligo: è ancora in contatto con Kim Basinger?
"Kim non la vedo da vent'anni, le faccio i miei più sinceri auguri. Mi piacerebbe incontrarla. So che è ancora una bella… (la traduttrice non traduce ma si intuisce che dice Topa) ".
La volgarità e la corporeità di Rourke quasi contrastano con l'eterea ventenne Evan Rachel Wood.
Racconta il regista "La prima ripresa di Rachel Wood è stata a sorpresa: le abbiamo detto "vai e apri la porta. Troverai qualcuno". Non sapeva che in realtà c'era Rourke.
"…E la prima cosa che gli ho detto è stato coglione" replica lei, venendo meno al suo essere eterea. Poi più seria "Questo film mi ha permesso di riconciliarmi con mio padre con cui non parlavo da anni". E il padre fittizio non può che rincarare la dose: "Ho avuto fortuna a lavorare con Evan, perché insieme avevamo delle parti difficili. Dopo la prima battuta ho pensato "Hei, la puttana sa recitare!". Alla battuta di Rourke c'è un lieve gelo in sala, qualcuno (l'inviato del L'avocetta, ndg) soffoca una risata. L'attrice sbarra gli occhi e alza il collo come se fosse sul punto di mollare un ceffone. Ma deve essersi ricordata con chi ha a che fare. E poi lui è un animale da palcoscenico: continua a parlare tessendo lodi su lodi all'attrice.

La musica è un elemento importante del film. La canzone dei titoli di coda è scritta e cantata da Bruce Springfield appositamente per il film. Un regalo di Bruce all'amico Mickey. "Quando ho sentito Bruce era appena scomparso un membro della sua band con cui suonava da vent'anni, aveva molte cose nel cuore da riporre su quella canzone".
Per quanto riguarda lo sport, Mickey ammette che una volta disprezzava il Wrestling. Solo dopo essere dovuto andare ad una scuola di lottatori per prepararsi alla parte ha cominciato ad aver rispetto. "e come in ogni sport arriva un momento in cui ti dicono "E' ora di andare via". È questo che abbiamo voluto mettere al centro del film". Il regista aveva già girato quattro film, ed era in cerca di una nuova storia per fare il quarto: "Quando ho conosciuto Rourke ho capito di aver trovato la materia su cui plasmare la storia".

Ai giornalisti che chiedono sul parallelo con la sua vita privata, Rourke risponde "Per sfortuna il personaggio ha molto a che fare con me. Ho avuto molti problemi. Il personaggio ha superato al giovinezza. Ma è ancora un sognatore, anche se vive nella merda. Un po' come me…"
Il regista entra nell'argomento"Io credo di essere ottimista, qui si parla dell'umanità e della speranza."
A chi chiede a Rourke se questo è un definitivo rientro, lui glissa "Difficile dire che è un rientro. E poi rientro da che cosa?". In soccorso di nuovo il regista: "Mickey ha fatto un viaggio di 15 anni. Ma in realtà non se ne è mai andato. Sotto quel corpo c'è ancora un bambino con una forte empatia". Rourke si ribella sorridendo: "Ma cosa dici? Non sai nemmeno il significato della parola "empatia"".
Un'altra giornalista rincara la dose: "Il problema della solitudine del suo personaggio è anche il problema della sua solitudine'?"
Lui attacca: "No guardi, lei si sbaglia. Io non ho nessun problema con la mia solitudine. Se sono solo è perché sono così, e mi va bene".
La conferenza è finita. Tra gli applausi da stadio, esce dalla sala anche Rourke, l'uomo che ha avuto dalla vita una seconda opportunità: una tipica storia americana…

venerdì 5 settembre 2008

ANNE DEI MIRACOLI....



Anne Hattaway entra nella sala delle conferenze stampa affiancata dal regista Jonathan Demme. Abito rosso lungo che regala generosamente la scolatura. Capelli neri, occhi grandi e dolci alla Audrey Hepburn.
Mi ricorda qualcuno.
A volte il cinema fa male…

SOSTIENI PONYO, BOICOTTA LA ASPESI!

Dopo l’attacco salottiero di Mereghetti dalle pagine di Ciak, ecco che la sferzata principale viene dal divano principale: Natalia Aspesi, dalle pagine di Repubblica definisce Ponyo il solito manga con gli occhi grandi, con un’insopportabile canzoncina (scrive che è il probabile vincitore della Mostra, ma il segnale è chiaramente di contrarietà). Per cui il fronte si allarga. La nostra mossa sarà boicottare la Snob-Aspesi: non manderemo più lettere alla sua posta del cuore!

mercoledì 3 settembre 2008

POLITICHESE PER CINEFILI

Alla mostra ogni giorno esce un foglio giornaliero di Ciak in cui sono riportati i punteggi dei critici dei film in concorso fino ad oggi. la cima è sempre stata assegnata al film di Miyazaky. Oggi però sul giornaliero c'è l'editoriale di Mereghetti che dice "bravo Miyazaky, ma altri i suoi film che cercano di sfidare il mercato la prevedibilità della fantasia (sic!), da rivalutare invece Plastik city "(il film più disprezzato della mostra tranne che dal sottoscritto)"che vuole superare i limiti dei generi e dell'estetica post moderna " (sic!sic!)
chi come me ha frequentato le sezioni di partito può capire il messaggio, per chi non feequenta invece traduco: cari critici , smettetela di pompare sul cartoon giapponese, che tanto non gli concediamo il mercato anche se lui lo vuole, non fa abbastanza salotto radical intellettuale il pesce innamorato, rimettetelo al livello del da voi odiato Plastik city (utilizzato solo come pietra di paragone). È uscito TEZA, film sulle sfortune dell'etiopia e che a noi salottieri riempie molto di più i cuori, e il mercato pazienza, tanto abbiamo il Red Carpet.
quindi all'amico Nello , grande fan del maestro giapponese , dico di rassegnarsi : Niente leone d'oro a Ponjio....

martedì 2 settembre 2008

RECENSIONI MOSTRA CINEMA 4

IL PAPA’ DI GIOVANNA
Di Pupi Avati

Un padre che esercita un controllo quasi opprimente sulla figlia. Un omicidio. Il fascismo sul fondo. Questi gli elementi principali del film di Avati. Per circa cinque minuti è una commedia. Poi si trasforma in giallo. Sembra la forma definitiva, e invece si blocca familiare-psicologico. L’unica domanda è: perché ambientare questa storia durante il fascismo? Almeno si sarebbe potuto evitare una sua rappresentazione un po’ troppo benevola, tra il “si stava meglio quando si stava peggio” e il “fascisti e comunisti sono tutti uguali”. L’unica critica al fascismo seria è quando il personaggio di Greggio parla delle conseguenze delle leggi razziali, salvo poi schierasi con la Repubblica di Salò. I partigiani ci fanno una figura sicuramente peggiore.
E allora perché questa scelta di ambientazione temporale? Una risposta potrebbe essere che il padre padrone potrebbe rappresentare Mussolini, e l’unità della famiglia rappresenterebbe lo stato, che ad un certo punto si lacera (guerra di liberazione), per poi riconciliarsi dimenticando le colpe, gli sbagli, le mancanze del passato, con la frase emblematica pronunciata da Orlando all’uscita da un cinema “questo film non mi piace poi tanto, andiamo via”.
Frase che ho pensato anch’io uscendo dal cinema.