A Clooney la parte della simpatica canaglia, piena di fascino, stile ed ironia sta sempre a pennello. Anche quando è un tagliatore di teste, un licenziatore per conto terzi che gira l’America a “congedare” dipendenti laddove il loro capo non ha il coraggio di farlo di persona. Un lavoro che il personaggio compie con passione, mascherandola come una missione nell’accompagnare i licenziati nella presa di coscienza della loro situazione. Ma anche il suo mondo entra in crisi, nel momento in cui la crisi economica esplosa nel 2009 lo trasforma in una specie di arma di distruzione di massa, spersonalizzata dal ricorso alla tecnologia. Alla professione dell’uomo che consegna ad un futuro incerto centinaia di persone abituate alla sicurezza del loro piccolo stipendio, al mutuo da pagare, alla casa e alla famiglia da mantenere, s’intreccia però anche la sua vita personale, del tutto priva di legami. E felice che sia così, senza mutuo, senza casa, senza famiglia (c’è, ma rimossa): un limbo costruito intorno alle sale d’attesa degli aeroporti, fino a quando un’amante ed una collega lo metteranno di fronte alla sua solitudine…
Tipica commedia esistenziale americana, ben orchestrata, attori sincronizzati nelle loro battuta...Insomma tutto ciò che potevamo aspettarci dal signor Canalis, con un’ottima e divertente prima parte, ed una seconda più lenta e retorica. Ma a dare un senso in più c’è la sottotrama della crisi economica e del dramma dei licenziamenti di massa. E per una volta il finale elude i canoni hollywoodiani: non sempre l’acquisizione di una coscienza ci rende più felici...
domenica 31 gennaio 2010
venerdì 8 gennaio 2010
mercoledì 16 settembre 2009
ULTIME RECENSIONI DALLA MOSTRA...
MR NOBODY
Di Jaco Van Dormoel
È il 2092, l’immortalità è ormai realtà e scienza. Nessuno muore e tutti sono giovani. Tranne mr Nobody, l’ultimo mortale anziano (117 anni). Perché? E perché l’uomo dice di ricordare almeno una decina di vite passate, variazioni della stessa, in alcune delle quali risulta pure morto?
Un po’ Sliding Doors, un po’ Vanilla Sky, ma il film di Van Dormoel va oltre, in un lungo ragionamento sulle scelte e sul caso, sul tempo e sulla vita, sulla possibilità che un destino abbia più senso di un altro o meno…
Ed in questo caleidoscopio di ricordi, immagini, sentimenti alternati il regista sfrutta tutte le potenzialità del mezzo cinematografico. Forse diranno che il film è pretenzioso, a volte confuso, non degno di premio…Critiche non del tutto ingiustificate, ma è l’unico in tutta la mostra (mai un picco, mai un abisso, ma quasi sempre ferma su valori medio alto o medio basso), che si può candidare come un cult nel futuro. Per intenderci, una di quelle pellicole che fanno nascere l’amore per il cinema nei giovani asociali…
IL GRANDE SOGNO
Di Michele Placido
Tentativo ambizioso quello di Placido: raccontare il ’68 partendo dalla sua esperienza personale di poliziotto celerino.
Tentativo riuscito bene solo in parte. Si salva il ruolo del personaggio di Scamarcio, poliziotto con la passione del teatro, chiaramente legato alla biografia del regista. Va meno bene la parte dei “ragazzi del ’68” (Jasmine Trinca, Luca Argentero), spesso ridotti a degli stereotipi, per quanto positivi. È come se si fosse voluto mettere tutto il ’68 in un film di due ore, Che Guevara e Martin Luther King compresi, una specie di super bignami. Se poi si aggiungono la storia d’amore ed il dramma familiare, si capisce che qualche ambizione in meno avrebbe giovato.
SOUL KITCHEN
Di Fatih Akin
Le vicissitudini tragico-comiche di un piccolo ristorante nella periferia di Amburgo.
Nessun messaggio in particolare da lanciare, ma questa storia di emarginati e freak sociali, tedeschi, e greci, turchi, arabi naturalizzati tedeschi, ci suggerisce forse che la società interculturale nasce dal basso, e dalla capacità di far rete partendo dalle buone esperienze comuni, come buon cibo e buona musica.
E a parte questo si ride dal primo minuto fino all’ultimo. Attori bravi e simpatici, bella musica, geniali titoli di coda. Cosa volete di più?
BETWEEN TWO WORLDS
Di Ahasin Wetey
Inizia bene questo film dallo Sry Lanka, con le immagini di una guerra civile, mentre decine di televisori rotti ed abbandonati ricoprono le strade e gli specchi d’acqua, e antenne ripetitive prendono fuoco. Si forma un triangolo (due uomini più una donna), che sembra essere il centro su cui ruota il film. ed invece uno dei due uomini viene abbandonato. Questi raggiunge un vecchio che gli dice che a volte il passato si manifesta nel presente. E a questo punto il protagonista comincia a passare continuamente tra ricordi(?), fantasie(?), ipotetiche realtà alternative (?).
Ad un certo punto in sala, un palloncino, lasciato dalla precedente proiezione di un film della Pixar-Disney, ha cominciato a volare fino a raggiungere il grande schermo.
È stato il momento è più emozionante del film. E l’unico che ho capito.
A SINGLE MAN
Di Tom Ford
Un professore gay non riesce a superare la scomparsa del compagno.
Lo stilista Tom Ford dirige i bravissimi Colin Firth e Julianne Moore in due personaggi stilosi in un film iper-stiloso. Ogni scena è bella. Fin troppo bella. Tutto è talmente estetico da sembrare un mega spot di Chanel n°5.
LO SPAZIO BIANCO
Di Cristina Comencini
La spazio bianco è la sala asettica dove è ricoverata la figlia, nata prematura, del personaggio interpretato da Margherita Buy, un’insegnante serale di Napoli, single e impegnata politicamente. Ma lo spazio bianco è anche il limbo del non far nulla nell’attesa di un evento, per lei che non è più incinta ma la cui figlia allo stesso tempo non è ancora nata, imprigionata nell’incubatrice.
Gran prova di recitazione della Buy in un film che mescola bene lirismo e realismo, commedia e dramma.
WOMEN WITHOUT MEN
Di Shirin Neshat
Quattro donne iraniane nel 1953 si confrontano con l’emarginazione imposta loro dalla cultura religiosa e popolare, mentre lo Scià di Persia prepara quel colpo di Stato che sarà la triste premessa della rivoluzione Khomeinista. Le donne troveranno rifugio in una villa immersa in un bel giardino. Ma la storia e la politica sono pronte a bussare alla porta ed interrompere questo limbo.
Un po’ indeciso tra il registro realistico e quello onirico, il film è comunque un appassionato atto di denuncia delle condizioni delle donne iraniane, e un dichiarato sostegno alle forze democratiche del Paese mediorientale.
LOLA
Di Brillante Mendoza
Un film, come si sarebbe detto una volta, neorealista (pure troppo).
In una Manila disperata e degradata, sommersa dalla pioggia, la nonna di un omicida si deve confrontare con la nonna dell’assassinato. Disarmante il finale, dove la prima compra il perdono della seconda con una somma di denaro, mentre parlano dei loro problemi con l’artrite. Un film sull’essere debitori, non solo dal punto di vista economico.
L’hanno dato tra i favoriti, ma buona parte dei critici che hanno applaudito erano gli stessi che dormivano durante le due ore di proiezione.
36 VUES DU PIC SAINT LOUP
di Jacques Rivette
Il proprietario di un circo muore. La figlia, esiliata dalla comunità di acrobati e clown, torna dopo 15 anni. Nel circo si aggira anche un uomo misterioso (Castellito prestato al cinema francese), che cercherà di risolvere i problemi esistenziali della donna. Il circo come mondo alieno, misto di espressione artistica e disagio sociale. Già visto altrove e meglio (vedi Chaplin e Fellini), senza riuscire nemmeno a riprodurre l’ambiguo fascino del mondo circense. E poi la produzione poteva almeno comprare un tendone da circo più grande di un salotto medio?
THE INFORMANT
Di Stephen Soderbergh
Un manager di una grande azienda collabora con l’FBI per smascherare le operazioni di cartello fatte con altre società internazionali. Peccato che si riveli prima un idiota, poi un bugiardo maniacale, con tanti scheletri nell’armadio. Soderbergh cerca la sintesi tra Erin Brockovich e Oceans’s eleven. Il risultato è simpatico ma non si capisce bene che direzione voglia prendere: commedia o film di denuncia? Ingrana solo dopo un’ora. Bravo comunque Matt Damon: ingrassato, goffo e fastidioso.
NAPOLI NAPOLI NAPOLI
Di Abel Ferrara
Un emozionante viaggio sotto forma di documentario, con inserite delle parti in fiction, nella criminalità napoletane. Colpiscono le interviste alle detenute, agli operatori sociali e ai politici locali (caliamo però un velo pietoso sulla Jervolino).
Meno riuscita la parte recitata.
Di Jaco Van Dormoel
È il 2092, l’immortalità è ormai realtà e scienza. Nessuno muore e tutti sono giovani. Tranne mr Nobody, l’ultimo mortale anziano (117 anni). Perché? E perché l’uomo dice di ricordare almeno una decina di vite passate, variazioni della stessa, in alcune delle quali risulta pure morto?
Un po’ Sliding Doors, un po’ Vanilla Sky, ma il film di Van Dormoel va oltre, in un lungo ragionamento sulle scelte e sul caso, sul tempo e sulla vita, sulla possibilità che un destino abbia più senso di un altro o meno…
Ed in questo caleidoscopio di ricordi, immagini, sentimenti alternati il regista sfrutta tutte le potenzialità del mezzo cinematografico. Forse diranno che il film è pretenzioso, a volte confuso, non degno di premio…Critiche non del tutto ingiustificate, ma è l’unico in tutta la mostra (mai un picco, mai un abisso, ma quasi sempre ferma su valori medio alto o medio basso), che si può candidare come un cult nel futuro. Per intenderci, una di quelle pellicole che fanno nascere l’amore per il cinema nei giovani asociali…
IL GRANDE SOGNO
Di Michele Placido
Tentativo ambizioso quello di Placido: raccontare il ’68 partendo dalla sua esperienza personale di poliziotto celerino.
Tentativo riuscito bene solo in parte. Si salva il ruolo del personaggio di Scamarcio, poliziotto con la passione del teatro, chiaramente legato alla biografia del regista. Va meno bene la parte dei “ragazzi del ’68” (Jasmine Trinca, Luca Argentero), spesso ridotti a degli stereotipi, per quanto positivi. È come se si fosse voluto mettere tutto il ’68 in un film di due ore, Che Guevara e Martin Luther King compresi, una specie di super bignami. Se poi si aggiungono la storia d’amore ed il dramma familiare, si capisce che qualche ambizione in meno avrebbe giovato.
SOUL KITCHEN
Di Fatih Akin
Le vicissitudini tragico-comiche di un piccolo ristorante nella periferia di Amburgo.
Nessun messaggio in particolare da lanciare, ma questa storia di emarginati e freak sociali, tedeschi, e greci, turchi, arabi naturalizzati tedeschi, ci suggerisce forse che la società interculturale nasce dal basso, e dalla capacità di far rete partendo dalle buone esperienze comuni, come buon cibo e buona musica.
E a parte questo si ride dal primo minuto fino all’ultimo. Attori bravi e simpatici, bella musica, geniali titoli di coda. Cosa volete di più?
BETWEEN TWO WORLDS
Di Ahasin Wetey
Inizia bene questo film dallo Sry Lanka, con le immagini di una guerra civile, mentre decine di televisori rotti ed abbandonati ricoprono le strade e gli specchi d’acqua, e antenne ripetitive prendono fuoco. Si forma un triangolo (due uomini più una donna), che sembra essere il centro su cui ruota il film. ed invece uno dei due uomini viene abbandonato. Questi raggiunge un vecchio che gli dice che a volte il passato si manifesta nel presente. E a questo punto il protagonista comincia a passare continuamente tra ricordi(?), fantasie(?), ipotetiche realtà alternative (?).
Ad un certo punto in sala, un palloncino, lasciato dalla precedente proiezione di un film della Pixar-Disney, ha cominciato a volare fino a raggiungere il grande schermo.
È stato il momento è più emozionante del film. E l’unico che ho capito.
A SINGLE MAN
Di Tom Ford
Un professore gay non riesce a superare la scomparsa del compagno.
Lo stilista Tom Ford dirige i bravissimi Colin Firth e Julianne Moore in due personaggi stilosi in un film iper-stiloso. Ogni scena è bella. Fin troppo bella. Tutto è talmente estetico da sembrare un mega spot di Chanel n°5.
LO SPAZIO BIANCO
Di Cristina Comencini
La spazio bianco è la sala asettica dove è ricoverata la figlia, nata prematura, del personaggio interpretato da Margherita Buy, un’insegnante serale di Napoli, single e impegnata politicamente. Ma lo spazio bianco è anche il limbo del non far nulla nell’attesa di un evento, per lei che non è più incinta ma la cui figlia allo stesso tempo non è ancora nata, imprigionata nell’incubatrice.
Gran prova di recitazione della Buy in un film che mescola bene lirismo e realismo, commedia e dramma.
WOMEN WITHOUT MEN
Di Shirin Neshat
Quattro donne iraniane nel 1953 si confrontano con l’emarginazione imposta loro dalla cultura religiosa e popolare, mentre lo Scià di Persia prepara quel colpo di Stato che sarà la triste premessa della rivoluzione Khomeinista. Le donne troveranno rifugio in una villa immersa in un bel giardino. Ma la storia e la politica sono pronte a bussare alla porta ed interrompere questo limbo.
Un po’ indeciso tra il registro realistico e quello onirico, il film è comunque un appassionato atto di denuncia delle condizioni delle donne iraniane, e un dichiarato sostegno alle forze democratiche del Paese mediorientale.
LOLA
Di Brillante Mendoza
Un film, come si sarebbe detto una volta, neorealista (pure troppo).
In una Manila disperata e degradata, sommersa dalla pioggia, la nonna di un omicida si deve confrontare con la nonna dell’assassinato. Disarmante il finale, dove la prima compra il perdono della seconda con una somma di denaro, mentre parlano dei loro problemi con l’artrite. Un film sull’essere debitori, non solo dal punto di vista economico.
L’hanno dato tra i favoriti, ma buona parte dei critici che hanno applaudito erano gli stessi che dormivano durante le due ore di proiezione.
36 VUES DU PIC SAINT LOUP
di Jacques Rivette
Il proprietario di un circo muore. La figlia, esiliata dalla comunità di acrobati e clown, torna dopo 15 anni. Nel circo si aggira anche un uomo misterioso (Castellito prestato al cinema francese), che cercherà di risolvere i problemi esistenziali della donna. Il circo come mondo alieno, misto di espressione artistica e disagio sociale. Già visto altrove e meglio (vedi Chaplin e Fellini), senza riuscire nemmeno a riprodurre l’ambiguo fascino del mondo circense. E poi la produzione poteva almeno comprare un tendone da circo più grande di un salotto medio?
THE INFORMANT
Di Stephen Soderbergh
Un manager di una grande azienda collabora con l’FBI per smascherare le operazioni di cartello fatte con altre società internazionali. Peccato che si riveli prima un idiota, poi un bugiardo maniacale, con tanti scheletri nell’armadio. Soderbergh cerca la sintesi tra Erin Brockovich e Oceans’s eleven. Il risultato è simpatico ma non si capisce bene che direzione voglia prendere: commedia o film di denuncia? Ingrana solo dopo un’ora. Bravo comunque Matt Damon: ingrassato, goffo e fastidioso.
NAPOLI NAPOLI NAPOLI
Di Abel Ferrara
Un emozionante viaggio sotto forma di documentario, con inserite delle parti in fiction, nella criminalità napoletane. Colpiscono le interviste alle detenute, agli operatori sociali e ai politici locali (caliamo però un velo pietoso sulla Jervolino).
Meno riuscita la parte recitata.
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sabato 12 settembre 2009
I PREMI DELLA MOSTRA DEL CINEMA 2009
Siamo quindi arrivati al finale della Mostra del Cinema di Venezia. Vengono fuori i premi e naturalmente fra un po’ anche le polemiche.
Da segnalare il fatto che hanno premiato le pellicole più politiche, ed hanno punito il cinema italiano, tenendo conto che un quinto dei film presentati era nostrano.
Il premio per la sceneggiatura innanzitutto: va all’acidissimo Life during the wartime, dato favorittissimo dopo la proiezione, e sicuro argento poche ore prima della premiazione. E invece deve accontentarsi del premio della sceneggiatura. Forse meritava di più, e forse questo premio lo avrei visto meglio in mano al complicatissimo Mr Nobody, il quale invece incassa il premio per il miglior contributo tecnico …
Passiamo ai migliori attori. Coppa Volpi per miglior attore maschile va a Collin Firth: assolutamente meritato, visto che è lui a reggere quasi interamente il retorico ed esteticheggiante A Single Man.
Sorpresa per il premio per la miglior attrice: va a Ksenia Rappoport per l’italiano La doppia ora, quando tutti puntavano sulla favoritissima (e bravissima) Margherita Buy per Lo spazio bianco, che fra tutti i film italiani è sicuramente stato il più amato.
Premio Mastroianni come attore/attrice esordiente va a Jasmine Trinca. Su questo ho qualche perplessità: primo perché non mi sembra che la Trinca sia così esordiente; secondo perché (pur in tutto il rispetto per la buona prova recitativa da parte di una giovane attrice) a mio parere non regge il confronto con le vincitrici degli anni scorsi (le protagonista di A burning plain e Cous Cous).
Ma forse gli ultimi due premi vanno intesi come “riparazione” al fatto che la nutrita schiera italiana non è stata premiata nei riconoscimenti più importanti.
Ed eccoli i riconoscimenti più importanti.
A sorpresa, ma è una bella notizia, il Premio Speciale della Giuria va a Soul Kitchen, un film fresco, giovane, multiculturale, divertente e musicale. E qui scommetto che c’è lo zampino del vecchio Liga, il cantante due volte prestato al cinema presente nella giuria presieduta da Ang Lee.
Il Leone d’Argento è assegnato al bello ma difficile Women without men, pellicola sulle donne nell’Iran degli anni cinquanta. Anche questo un po’ a sorpresa, perché scalza via un altro favoritissimo: Lourdes.
Il Leone d’Oro non poteva che andare a Lebanon: forse (a mio giudizio) non il migliore film presentato alla Mostra, ma sicuramente questa lucida e spietata pellicola antibellica era l’unica di fronte alla quale si potevano inchinare tutti insieme i componenti della giuria.
Grandi sconfitti Lourdes, e questa è una grave mancanza, e Capitalism di Micheal Moore, ma era difficile vederlo vittorioso dopo aver già sbancato Cannes con Farenheit.
E sicuramente il cinema italiano, in particolare Baaria, e pure la Medusa, società distributrice (praticamente monopolista), che contava molto sul film di Tornatore. Ma la pressante compagna promozionale per il film non deve averlo favorito.
Altre considerazioni. Si capisce che i due Leoni sono andati a film collocati narrativamente nel passato, ma che si collegano fortemente al presente prendendo chiare posizioni su eventi politici recenti. Quindi la giuria ha dato un chiaro segnale. Il cinema italiano presente alla Mostra, per quanto di qualità sicuramente maggiore rispetto ai due anni precedenti, sembra non voler collegarsi al presente, non lo racconta. Preferisce narrare di un passato che non c’è più, da rimpiangere e staccato dal presente. Il successo di Gomorra a Cannes l’anno scorso non ci ha insegnato molto….
Troverete le recensioni della Mostra del Cinema sul sito della Rivista Culturale L’Avocetta www.lavocetta.it.
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mercoledì 9 settembre 2009
REDCARPETISTI
La passerella è un po' triste quest'anno. L'altro ieri è passato il rivoluzionario Chavez, qui a sperimentare l'ebbrezza del politico in veste di star. Ma non regge il confronto con le varie Charlize Theron, Anne Hathaway, Keira Knightley viste gli anni scorsi. IEri è passato Clooney, presente alla mostra con il film The men who star at goats, in compagnia della nostrana Canalis, presente alla mostra con Videocracy(....).
ma George è una presenza talmente fissa alla mostra da essere quasi più abitudinario di Lino Toffolo. Il prossimo anno non vale più.
Molto più divertente il passaggio oggi pomeriggio, in sordina e non pubblicizzato, del regista Abel Ferrara (ha presentato il suo Napoli napoli napoli, bel documentario sulla città partenopea da consigliare a tutti).
Con la camminata da bluesman alcolizzato e camicia sbottonata, il regista ha attraversato il red carpet in compagnia della sua claque personale, pronta a lanciare il suo coro da stadio: "Abel! Abel! Abel!"
Troverete le recensioni della Mostra del Cinema sul sito della Rivista Culturale L’Avocetta www.lavocetta.it.
ma George è una presenza talmente fissa alla mostra da essere quasi più abitudinario di Lino Toffolo. Il prossimo anno non vale più.
Molto più divertente il passaggio oggi pomeriggio, in sordina e non pubblicizzato, del regista Abel Ferrara (ha presentato il suo Napoli napoli napoli, bel documentario sulla città partenopea da consigliare a tutti).
Con la camminata da bluesman alcolizzato e camicia sbottonata, il regista ha attraversato il red carpet in compagnia della sua claque personale, pronta a lanciare il suo coro da stadio: "Abel! Abel! Abel!"
Troverete le recensioni della Mostra del Cinema sul sito della Rivista Culturale L’Avocetta www.lavocetta.it.
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martedì 8 settembre 2009
ANCORA SU MOORE (E BERLUSCONI...)
Il buon vecchio Michael Moore non può perdere l’occasione di parlare anche di Berlusconi. E così capita che in conferenza stampa parli della difficile situazione politica italiana, del deficit di libertà di stampa, dei vari probemi legati al Presidente del Consiglio…ma ad un certo punto si ferma e cerca di tranquillizzare la gente che ha di fronte. “Tranquilli, sto scherzando: io e Berlusconi siamo grandi amici!” e poi grida, facendo un gesto con la mano verso una porta come per invitare qualcuno ad entrare “dai Berlusconi, vieni, ti stiamo aspettando tutti, lo scherzo è finito”.
La sala scoppia dal ridere (qualcuno fischia). Ma la cosa triste è che molti giornalisti lì presenti hanno veramente allungato il collo per vedere se Berlusconi fosse effettivamente dietro la porta, perché non si stupisce più nessuno che il Presidente del Consiglio italiano possa saltar fuori facendo il cucù…
La sala scoppia dal ridere (qualcuno fischia). Ma la cosa triste è che molti giornalisti lì presenti hanno veramente allungato il collo per vedere se Berlusconi fosse effettivamente dietro la porta, perché non si stupisce più nessuno che il Presidente del Consiglio italiano possa saltar fuori facendo il cucù…
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domenica 6 settembre 2009
Michael Moore a Venezia
A vederlo Michael Moore (a Venezia per presentare il suo Capitalism: a love story, atto di denuncia verso il sistema economico e politico internazionale), sembra un po’ il gigante buono Hagrid della serie di Harry Potter. Ed infatti non ha nulla di bilioso come tanti suoi corrispettivi italiani. Entra in sala stampa con la sua mole imponente e il suo sorriso benevolo, pronto a scherzare e a fare battute. Ad un giornalista di Hong Kong riferisce che ha sempre difficoltà a trovare un tecnico hongkonghese per riparare l’elettrodomestico fabbricato nella città orientale. Poi precisa “questa battuta possono capirla solo gli americani…”
Alla questione (un po’ più seria ) qual è lo stato di salute degli USA, risponde che per fortuna la voglia di democrazia in America è sempre alta, solo che non si può limitarla ad un voto ogni 4 anni. La democrazia è qualcosa che interessa i cittadini ogni giorno. “Nel film facciamo vedere come migliaia di bravi lavoratori sono stati rovinati per scelte che hanno compiuto pochi altri al loro posto”.
Ciò nonostante bisogna avere fiducia nel popolo. “Fino a qualche anno fa non avrei mai scomesso che un afroamericano sarebbe diventato presidente ed invece è successo. Questa è la dimostrazione che ci può essere una rivoluzione dal basso senza violenza”. Naturalmente Obama non può fare tutto da solo: “la democrazia è partecipazione innanzitutto, non uno sport da assistere in televisione”.
Alla domanda se vuole seguire le orme di Schwarzenegger e darsi alla politica, risponde gridando che vuole a tutti i costi il collegio del Rhode Island (n.b.: è il più piccolo stato degli USA). Poi, più serio, afferma che l’essere semplice cittadino non significa non fare politica. Lui in particolare ha scelto il cinema per fare politica. “Qualche anno fa ho girato Sick per denunciare il fatto che il sistema sanitario USA era l’unico nel mondo occidentale a non garantire l’assistenza universale delle cure. Da allora si avviata una discussione in merito, e ora il presidente Obama è pronto a presentare una legge in proposito nonostante l’avversità dei colossi della medicina e delle assicurazioni”. Lo stesso per l’Afghanistan: all’epoca di Farenheit moore era cosciente che le sue posizioni sul ritiro non erano condivise dalla maggior parte delle persone. Oggi l’America la pensa diversamente.
Recensioni Mostra del Cinema di Venezia su www.lavocetta.it
Alla questione (un po’ più seria ) qual è lo stato di salute degli USA, risponde che per fortuna la voglia di democrazia in America è sempre alta, solo che non si può limitarla ad un voto ogni 4 anni. La democrazia è qualcosa che interessa i cittadini ogni giorno. “Nel film facciamo vedere come migliaia di bravi lavoratori sono stati rovinati per scelte che hanno compiuto pochi altri al loro posto”.
Ciò nonostante bisogna avere fiducia nel popolo. “Fino a qualche anno fa non avrei mai scomesso che un afroamericano sarebbe diventato presidente ed invece è successo. Questa è la dimostrazione che ci può essere una rivoluzione dal basso senza violenza”. Naturalmente Obama non può fare tutto da solo: “la democrazia è partecipazione innanzitutto, non uno sport da assistere in televisione”.
Alla domanda se vuole seguire le orme di Schwarzenegger e darsi alla politica, risponde gridando che vuole a tutti i costi il collegio del Rhode Island (n.b.: è il più piccolo stato degli USA). Poi, più serio, afferma che l’essere semplice cittadino non significa non fare politica. Lui in particolare ha scelto il cinema per fare politica. “Qualche anno fa ho girato Sick per denunciare il fatto che il sistema sanitario USA era l’unico nel mondo occidentale a non garantire l’assistenza universale delle cure. Da allora si avviata una discussione in merito, e ora il presidente Obama è pronto a presentare una legge in proposito nonostante l’avversità dei colossi della medicina e delle assicurazioni”. Lo stesso per l’Afghanistan: all’epoca di Farenheit moore era cosciente che le sue posizioni sul ritiro non erano condivise dalla maggior parte delle persone. Oggi l’America la pensa diversamente.
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