sabato 4 ottobre 2008

In principio....

I film della mostra di Venezia erano sempre anticipati da una sigla con un filmato che sembrava venire dagli arbori della preistoria. Il filmato era tratto da questo film



Si tratta de "L'inaffiatore inaffiato" dei fratelli Lumiere e su you tube viene presentato come il film più antico. Ma forse è il più vecchio film con sceneggiatura, dato che il primato spetterebbe alla ripresa degli operai che escono dalla fabbrica dei Lunmiere, seguite dalla celebre scena del treno che si getta verso il pubblico...




Ma per ulteriore precisazione bisogna dire che i Lumiere furono gli inventori del "formato" con cui si è poi sviluppato il cinema. Sembra infatti che Thomas Edison avesse relizzato film una decina di anni prima di loro con un altro strumento. Tra i contendenti si sviluppò una guerra sui "formati" come è stato poi per le videocassette, o quella tra HD DVD e Blu Ray dell'anno scorso....

sabato 27 settembre 2008

PAUL

Tam tam in rete dei diari online, conferme anche da un amico italiano, Vincenzo Manes, presidente della fondazione Dynamo Camp: "Stamattina alle ore 7.30 ho ricevuto una mail, c'era scritto: Non è più tra noi". Il grande attore, 83 anni, era da tempo ammalato di cancro ai polmoni e avrebbe chiesto alla moglie di morire a casa
da Repubblica on line , 27/09/08

(Da: SrgMurasaki)

sabato 20 settembre 2008

CHE COSA ABBIAMO IMPARATO...



Dopo dieci giorni di proiezioni, corse da una sala all’altra, conferenze stampa, mi ricordo che cos’è il Lido prima ancora di essere la sede della mostra: e cioè una lingua di terra tra la laguna e il mare. E in dieci giorni non ho mai messo piede in spiaggia. E allora esco dall’area della mostra con tutti i suoi lustrini, e lo spirito delle giostre che stanno sbaraccando, e mi infilo nel primo accesso alla spiaggia che trovo. Tra tanti villeggianti in costume, io sono l’unico vestito da capo a piedi, con appesa alla spalla la borsa ufficiale della mostra, stracolma di ogni oggetto di sopravvivenza. E mi son messo pure la camicia!
Mi butto in fondo ad uno scoglio ed estraggo la mia moleskine e la pilot nera con cui ho recensito i film in questi giorni, assumo l’aria di uno assorto nel suo momento creativo, e comincio a scrivere il testo che state leggendo (“Dopo dieci giorni di proiezioni…”).
Vicino a me, dei piccoli granchi scappano intimoriti. Il mare è mosso. Le onde alte si infrangono sugli scogli e mi arrivano degli schizzi. E poi di nuovo schizzi. E ancora schizzi…una goccia cade sul foglio e diffonde l’inchiostro della pilot in una macchia…e realizzo: ma qui sta piovendo! Non ho messo piede in spiaggia da dieci giorni e cinque minuti dopo che finalmente lo faccio, piove! Piove dopo dieci giorni di sole! Fuggo insieme ai bagnanti (mi ricorda la proiezione di Shirin…): loro in costume, io in camicia, pantaloni, scarpe borsello e borsa di ordinanza.
E mentre cerco un riparo mi chiedo: che insegnamento si può trarre da questo? E che insegnamento si può trarre dopo aver visto una trentina di film di paesi e tematiche diversi? Cosa si può imparar da un’inesistente squadra di pallamano cingalese e dagli sminatori americani in Iraq? Cosa da una pesciolina che vuole diventare umana e da un clown che va a salvare i bambini di Bucarest? Cosa da un lottatore americano di wrestling in cerca di una riscossa e una donna francese che si prende a martellate in testa?
Ho solo una risposta possibile: BOH!
E allora non avendo mie conclusioni da proporre, faccio mie quelle del maestro Olmi: la magnificenza del mondo ci rende sempre tutti degli apprendisti.
Amen.

sabato 13 settembre 2008

LA NOTTE DEI LEONI (E DI UN UOMO CON IL BASTONE) -PARTE 2

Wenders avanza sul palco ed esordisce dicendo “La giuria ha lavorato con sette cuori e sette menti, vi sono delusi da questa parte del palco così come dall’altra parte, vi chiedo per tanto di togliere dal prossimo anno dal regolamento l’impossibilità di dare due premi principali allo stesso film”. Poi apre la busta e comincia a parlare in inglese. Capisco solo a movie that breaks the hearts (ma allora è Ponjo?) e rock…rock? Che c’entra il rock? Ma no! è Rourke! Ha vinto the Wrestler. Mickey impudentemente va sul palco mentre Wenders non ha ancora finito di pronunciare il nome del regista. Prende il microfono come se fosse suo il film. Ma nessuno glielo impedisce, perché in fondo è vero: è il suo film! “Grazie per la festa. Avete fatto al scelta migliore!” c’è un’ovazione da stadio. Non era il migliore dei film alla mostra, anche se tra i migliori, ma se il cinema è anche emozione, allora questo era il migliore dei finali possibili per una mostra tutto sommata blanda.
Finite le premiazioni i premiati devono passare per la sala stampa dove mi trovo. Dalla parte opposta della mia fila si siede la giuria. La Golino ha un vestito ultrachiccoso d’argento. Sembra una sirena e sembra emozionata. Wenders è un po’ di cattivo umore. Invece è raggiante John Landis, nonostante sia costretto a camminare con un bastone tipo Dr House per un infortunio.
Wenders viene messo subito sotto attacco da una giornalista giapponese: Perché di tre film giapponesi nessuno ha ricevuto un premio? Diplomatica la risposta: “Tra pochi premi è difficile scegliere tra tanti film meritevoli. Ma le assicuro che ogni elemento della giuria sa cantare la canzone di Ponjo. Ci puoi dare una prova, Johnnie?” Johnnie To, regista cinese e membro della giuria, si alza in piedi e si mette a cantare la canzoncina simulando un balletto. Scrosciano gli applausi e le risate.
Poi Wenders continua: “Porto un cuore pesante da quando sono arrivato: non siederò più al vertice della giuria. I tre premi della recitazione purtroppo non si possono sovrapporre a quelli per la regia, ma quello che ho detto anche sul palco non dev’essere inteso per sminuire il premio ad Orlando. Ho sentito delle voci prima in questo senso. Smentisco nella maniera più assoluta.” Ma cosa dicevano queste voci? Sostanzialmente che la giuria avrebbe voluto assegnare sia il leone d’oro che la volpi maschile a The wrestler. Questa è l’interpretazione anche della Aspesi su Repubblica. Ma secondo me la versione è un’altra. Wenders e Golino volevano dare entrambi i premi al film di Avati, ma il resto della giuria deve aver fatto resistenza avvalendosi di questa regola. Probabilmente il film in sé non era molto amato, ma la recitazione di Orlando riusciva a trovare unanimi consensi. Infatti l’attrice riferisce “abbiamo avuto parecchie controversie, ma su Silvio non abbiamo mai litigato”. L’attrice è protagonista di una scenetta comica. Alzandosi per raggiungere il tavolo degli interventi, le rimane attaccato alla schiena il cartello “RISERVATA” che era appiccicato sulla sua sedia. Tra le risate generali, ci vogliono cinque minuti per liberarla senza rovinare il bell’abito: ormai il clima è da festa delle medie…Continua l’attrice: “Tanto tempo fa ho vinto anch’io la Coppa Volpi, ma siccome allora la mostra era povera, mi avevano dato solo una targa di metallo, non è che adesso potete darmene una vera?” Silvio Orlando che nel frattempo era entrato nasconde la sua coppa nel timore che la Golino gliela porti via. L’attore, a chi gli chiede se è veramente un momento d’oro del cinema italiano, risponde “Sono almeno trent’anni che sento parlare di alti e bassi del cinema italiano. Forse ci vorrebbe più rispetto, sia nell’esaltare che nel criticare. Di certo ci sono nuovi talenti che stanno emergendo. Ah, vorrei ringraziare Valeria perché se ho vinto è perché lei è riuscita a sedurre tutti i membri della giuria!” Wender ride e afferma che è vero. Landis salta in piedi:”No, guarda, siamo noi della giuria che ringraziamo Valeria!”. E giù con le risate (noto che Landis è proprio su di giri). Intanto passano la giovane Jennifer Lawrence (“Grazie per il bellissimo regalo per i 18 anni!”), la meno giovane Dominique Blanc (“le martellate in testa erano vere!”), Schroeter (“Per anni ho vissuto nel sud Italia; quando ho vinto il festival di Taormina nel 78 gli italiani erano stupiti di una tedesco che parlava italiano”; Wenders ”Io e Werner ci conosciamo da quarant’anni, poi il modo di vivere diverso ci ha separati…”), il regista di Teza (che polemizza sui rapporti tra Etiopia e Italia “il problema è che l’Etiopia sta zitta e l’Italia parla troppo. Ricordiamoci che c’è stata una guerra, in Etiopia c’è il monumento a Mussolini; bisognerebbe collaborare di più, ma anche per questo film la RAI non ha voluto dare finanziamenti, arrivati invece dalla Francia”), e quello di Paper soldier (Wenders sembra prenderlo in giro “dove avete trovato il missile che si vede?”, risposta “Sembrerà strano ma anche in Russia abbiamo la computer grafica; quello che si voleva sottolineare con al scena del missile – un razzo che si alza all’orizzonte mentre in primo piano c’è una scena di vita comune – è che anche ad un piccolo uomo può succedere qualcosa di straordinario).
Alla fine, acclamati, arrivano il regista Darren Aronofsky, e Mickey Rourke, di The Wrestler. Ed è un altro spettacolo come la conferenza del giorno prima. Il regista sottolinea come il finale sia stato possibile perché il fatto di essere un film indipendente, non controllato dalle major gli dava maggior libertà. La francese seduta accanto a me si alza per dichiarare il suo odio per il Wrestling, ma si è innamorata del film “Signor Rourke, come ha fatto a prepararsi così bene per questo ruolo?”. Risposta: “sono rimasto disoccupato per 15 anni per cui ho avuto modo di prepararmi alla parte.” Poi un giornalista italiano ha l’ardire di chiedere la collocazione della pellicola rispetto ad una tradizione di film sportivi (ossia, tradotto: è un remake di Rocky o no?). A quel punto sembra che Mickey sia sul punto per menarlo: ”la sua domanda dimostra che lei non capisce niente né di sport né di cinema! Il wrestling non è sport: è intertainment, come il cinema”. Il regista cerca di tenere calmo l’attore. Per fortuna in soccorso arriva una domanda che lo addolcisce, e per un attimo ritrasforma quel volto deformato in quello dolce di vent’anni prima: “Perché si porta ovunque il suo Chiwawa?”. Risposta:”la mia cagnolina ha 16 anni, ormai è vecchia; due mesi fa ha avuto un intervento al cuore: non le rimane molto da vivere e voglio semplicemente passare con lei il poco tempo che ci rimane..”.
Scatta fragoroso l’applauso, e comincia il fuggi fuggi generale.
Mi passa Landis davanti. Cammina appoggiandosi sul bastone. Un diavolo tentatore mi bisbiglia all’ orecchio…e gli chiedo l’autografo. Mi fa un sorriso larghissimo e mi prende la moleskine. “What’s your name?” “Nicola” “Sorry?” “NICHOLAS!” “Ah, ok!” e si mette a scrivere ridendo. Lo ringrazio e guardo cosa ha scritto: NICHOLA! E in corsivo: John Landis.
E poi si allontana sorridente e soddisfatto, giocando con il bastone in mano e mostrando che non ha nessuna zoppia. Allora mi viene un’intuizione!
Diavolo di un mistificatore americano: nei film l’uomo col bastone è sempre quello dietro ad ogni macchinazione.
Landis è arrivato dagli USA per far parte di una giuria di uomini di cinema rappresentati gli interessi di cinematografie nazionali che hanno difficoltà a mettere a posto i conti, interessi da incrociare con le esigenze del cinema impegnato. Si è trovato in mezzo ad uno sceneggiatore russo che il primo giorno aveva dichiarato, senza accennare un sorriso, di appoggiare il cinema d’essai, e quindi probabilmente ha appoggiato unicamente il connazionale Paper Soldier; una regista sud americana desiderosa di premiare un film che facesse vedere un pezzo di mondo, e sicuramente avrà appoggiato l’etiopico Teza; un’attrice italiana (Golino) che doveva difendere il tricolore e un presidente di giuria, molto legato all’Italia, ma che doveva tener conto anche della sua patria (ossia Schroeter). Ha avuto gioco forza sfruttando le loro divisioni per farli ripiegare tutti a premi di secondo livello, e piazzare in vetta quel film americano che il giorno della vigilia della proiezione era visto come sfavorito (figurarsi: la storia di un lottatore di wrestling che vuole rifarsi la vita!).

Diavolo di un Landis!

mercoledì 10 settembre 2008

LA NOTTE DEI LEONI (E DI UN UOMO CON IL BASTONE) -PARTE 1

Si avvicinano le 18 e 30, l’ora della premiazione. A noi accreditati è proibito entrare in salA grande, dove si svolge la cerimonia. Siamo tutti destinati a seguire l’evento in sala conferenze stampa. Quando arrivo la sala è vuota. Impudentemente mi metto in prima fila. Mi ritrovo in mezzo a una schiera di cinesi che parlano sempre a voce alta e ad una giornalista francese esaltata che continua a farmi battute in francese a cui rispondo ridendo pur non capendo una parola di quello che dice. Nella sala l’eccitazione è alta. Dal maxi schermo si vede chi attraversa il red carpet, e in base a questo si fa il toto nomine: c’è Mijazaki, non c’è la Hattaway…
Poi iniziano le danze. Muller vestito da prete e la Ksenia Rappoport presentano la premiazione con la giuria seduta al loro fianco.
Il primo premio è l’Osella alla fotografia, che va a Paper Soldier: i giornalisti italiani dietro di me sono contenti: prendere quel premio vuol dire escluderlo forse dai premi più alti.
Poi viene l’Osella per la miglior sceneggiatura: la prende Teza. E qui scatta il brusio: il film è uno dei più favoriti, osannato dalla critica.
A questo punto a chi è andato l’oro? Qualcuno dice Vegas, film molto Wendersiano, ma dei partigiani pensano ad Avati . Mijazaki si capisce che ormai è dato per silurato.
Poi: premio Matroianni per miglio attore emergente a Jennifer Lawrence, di Burning Plain (interpreta il ruolo della Theron da Giovane): niente da dire, quasi previsto; di certo è strano che la produzione non l’avesse prevista nella delegazione. Il viaggio al Lido gliel’anno pagato i suoi genitori come regalo per i 18 anni.
Coppa Volpi per Miglior attrice: Dominique Blanc, per l’Autre. Il film non mi era piaciuto, ma lei però è brava. Certo io preferivo la Hattaway…..
Coppa Volpi per Miglior attore…suspence, sarà Rourke o Orlando’ La risposta è: Silvio Orlando (sale sul palco, ringrazia tutti, fa una gaffe su Avati “nell’alto dei cieli”, e chiude:”la fortuna è incontrare le persone giuste”; beato lui…).
Poi è il Leone speciale per l’opera complessiva; non è un premio obbligatorio, in genere viene dato come premio di consolazione al quarto arrivato, o comunque ad uno che aveva buone possibilità di andare all’oro ma non ce l’ha fatta. Il premio è andato a Scroether il regista di Nuit de Chien; a mio avviso uno dei film più brutti che ho visto qui alla mostra. Però il regista è simpatico, gira vestito come il Dracula di Coppola, parla in Italiano ed è molto ironico.
Tocca la Premio speciale della giuria, una sorta di medaglia di bronzo, ma anche qui si tratta di un film che ha rischiato di prendere l’oro, molto più del secondo arrivato. Si tratta del superfavoritissimo Teza. È il secondo premio della serata e questo è indice quanto era in corsa.
Tocca al Leone d’argento: Paper Soldier. Ho una specie di sussulto: sono l’unico in sala ad apprezzare questo risultato; evidentemente avevo amato solo io quel film, e la considero una mia personale rivincita su accreditati più scafati di me.
Tocca al Leone d’oro: a chi toccherà? Teza ormai è escluso, Ponjo e Vegas non sono mai stati nominati…(SEGUE.....)

sabato 6 settembre 2008

CONFERENZA STAMPA CON MICKEY ROURKE

Entrano regista, produttore, e lo sceneggiatore DI THE WRESTLER. Entra la bella ed eterea Evan Rachel Wood, la brava attrice che interpreta la figlia del protagonista (non presente, la parte della spogliarellista è interpretata da Marisa Tomei: i nostri complimenti sotto ogni punto di vista). Ma soprattutto entra lui, Mickey Rourke. Indossa un completo elegante di colore verdastro che ricorda sinistramente quello del Joker di Heath Ledger. Il viso è gonfio e deturpato, non più quello di Nove settimane e mezzo, rovinato dai pugni presi e dalle plastiche facciali eseguite nell'inutile tentativo di riportarlo alle fisionomie originali. Si, perché Mickey il bello, all'apice della sua carriera, tra la fine degli anni 80 e primi 90, ha mollato il carrozzone dello spettacolo per darsi alla boxe delle categorie più infime sotto pseudonimo e mal pagato, solo per realizare un suo sogno di gioventù. Ai combattimenti sul ring facevano da contraltare le sedute dallo psichiatra. Solo negli ultimi anni (per merito soprattutto di Sin City) è ritornato alla ribalta. Ecco perché questo film è il suo film.

La prima domanda posta sembra quasi d'obbligo: è ancora in contatto con Kim Basinger?
"Kim non la vedo da vent'anni, le faccio i miei più sinceri auguri. Mi piacerebbe incontrarla. So che è ancora una bella… (la traduttrice non traduce ma si intuisce che dice Topa) ".
La volgarità e la corporeità di Rourke quasi contrastano con l'eterea ventenne Evan Rachel Wood.
Racconta il regista "La prima ripresa di Rachel Wood è stata a sorpresa: le abbiamo detto "vai e apri la porta. Troverai qualcuno". Non sapeva che in realtà c'era Rourke.
"…E la prima cosa che gli ho detto è stato coglione" replica lei, venendo meno al suo essere eterea. Poi più seria "Questo film mi ha permesso di riconciliarmi con mio padre con cui non parlavo da anni". E il padre fittizio non può che rincarare la dose: "Ho avuto fortuna a lavorare con Evan, perché insieme avevamo delle parti difficili. Dopo la prima battuta ho pensato "Hei, la puttana sa recitare!". Alla battuta di Rourke c'è un lieve gelo in sala, qualcuno (l'inviato del L'avocetta, ndg) soffoca una risata. L'attrice sbarra gli occhi e alza il collo come se fosse sul punto di mollare un ceffone. Ma deve essersi ricordata con chi ha a che fare. E poi lui è un animale da palcoscenico: continua a parlare tessendo lodi su lodi all'attrice.

La musica è un elemento importante del film. La canzone dei titoli di coda è scritta e cantata da Bruce Springfield appositamente per il film. Un regalo di Bruce all'amico Mickey. "Quando ho sentito Bruce era appena scomparso un membro della sua band con cui suonava da vent'anni, aveva molte cose nel cuore da riporre su quella canzone".
Per quanto riguarda lo sport, Mickey ammette che una volta disprezzava il Wrestling. Solo dopo essere dovuto andare ad una scuola di lottatori per prepararsi alla parte ha cominciato ad aver rispetto. "e come in ogni sport arriva un momento in cui ti dicono "E' ora di andare via". È questo che abbiamo voluto mettere al centro del film". Il regista aveva già girato quattro film, ed era in cerca di una nuova storia per fare il quarto: "Quando ho conosciuto Rourke ho capito di aver trovato la materia su cui plasmare la storia".

Ai giornalisti che chiedono sul parallelo con la sua vita privata, Rourke risponde "Per sfortuna il personaggio ha molto a che fare con me. Ho avuto molti problemi. Il personaggio ha superato al giovinezza. Ma è ancora un sognatore, anche se vive nella merda. Un po' come me…"
Il regista entra nell'argomento"Io credo di essere ottimista, qui si parla dell'umanità e della speranza."
A chi chiede a Rourke se questo è un definitivo rientro, lui glissa "Difficile dire che è un rientro. E poi rientro da che cosa?". In soccorso di nuovo il regista: "Mickey ha fatto un viaggio di 15 anni. Ma in realtà non se ne è mai andato. Sotto quel corpo c'è ancora un bambino con una forte empatia". Rourke si ribella sorridendo: "Ma cosa dici? Non sai nemmeno il significato della parola "empatia"".
Un'altra giornalista rincara la dose: "Il problema della solitudine del suo personaggio è anche il problema della sua solitudine'?"
Lui attacca: "No guardi, lei si sbaglia. Io non ho nessun problema con la mia solitudine. Se sono solo è perché sono così, e mi va bene".
La conferenza è finita. Tra gli applausi da stadio, esce dalla sala anche Rourke, l'uomo che ha avuto dalla vita una seconda opportunità: una tipica storia americana…

venerdì 5 settembre 2008

ANNE DEI MIRACOLI....



Anne Hattaway entra nella sala delle conferenze stampa affiancata dal regista Jonathan Demme. Abito rosso lungo che regala generosamente la scolatura. Capelli neri, occhi grandi e dolci alla Audrey Hepburn.
Mi ricorda qualcuno.
A volte il cinema fa male…