domenica 5 ottobre 2025

JOKER: Folie à deux di Todd Philips

Il Joker di Todd Philips, con Joaquin Phoenix, nella parte del clown assassino tratto dai fumetti di Batman, uscì nel 2019, sbancando Mostra di Venezia, Oscar e botteghino. Il secondo capitolo arriva dopo 5 anni in cui ci sono stati una Pandemia globale, due gravissimi conflitti ancora in corso, due campagne elettorali con Trump protagonista, e molto altro. E arriva, a differenza del primo, come un flop di pubblico e di critica. Eppure, come il primo, e forse meglio, è un film che parla tantissimo al nostro presente. Difficile definirlo un sequel nella tradizionale logica dei cinecomic. E' completamente diverso dal capostipite per costruzione della storia, ritmo, finalità. Lo hanno definito un musical innanzitutto, sfruttando in pieno e positivamente la presenza della comprimaria Lady Gaga., differenziandolo dal precedente, che aveva lo Scorsese degli anni settanta come riferimenti cinematografici , da Taxi Driver a Re per una notte.
Eppure Folie à deux prosegue la storia di Arthur Fleck/Joker, magistralmente interpretato da Phoenix, esattamente dove finiva il primo, proseguendone la storia. Anzi, il senso dei due film può essere compreso meglio considerandoli un'unica opera. Il primo è il viaggio che compie Arthur Fleck per diventare Joker, il secondo è il viaggio inverso. E il tutto messo insieme assume quel senso che non si compiva del tutto nel film 2019. Fleck e Joker non sono due personalità all'interno della stessa persona malata, ma il secondo è la maschera che il primo costruisce per reagire alle ingiustizie della vita e della società. L'uno è l'ombra dell'altro, come suggerisce il cartone stile anni 40 che introduce Folie à deux, ma è Joker l'ombra che viene osannata dalla folla arrabbiata con le istituzioni per aver abbandonato gli ultimi. Ma l'essere un'icona rischia di schiacciare la persona quanto un'istituzione carceraria. A nessuno interessa il perdente Fleck, nemmeno la donna che si dichiara innamorata di Joker. E se lui abbandona la sua maschera, tutti si sentiranno traditi, e la rabbia verso le istituzioni sarà rivolta verso di lui. Ecco perché Folie à deux parla al nostro presente, parla a quella folla di spettatori inferociti perché il secondo episodio è diverso dal primo; perché non finisce con una catartica strage da parte del ridente clown con la sua alleata/amata; perché forse alla fine non hanno più un'icona grafica da far girare come simbolo di una populista e demagogica lotta alle istituzioni, come un Guy Fawkes qualunque; perché i nerd si sfogano sui social non riuscendo a incastrare il personaggi onel continuum di una marea di film e e fumetti. Sono inferociti perché qui si trovano di fronte ad un film d'autore, che ha un valore in sé, e non per le aspettative che avevamo in esso, ma perché coraggiosamente le tradisce tutte. Il film parla al nostro presente fatto di crisi sociali e politiche, in cui tutte le opinioni vengono estremizzate anche per colpa della polarizzazione attuata dai social. E di fronte a queste crisi ci suggerisce che forse avremo bisogno solo di un po' di empatia che il disgraziato e disprezzato Arthur Fleck possiede, al contrario della sua ombra.

Dune Parte Due- di Denis Villeneuve

Il sequel del Dune di Villeneuve, che chiude la trasposizione filmica del romanzo più celebre di Frank Herbert, è arrivato al cinema con un'attenzione mediatica maggiore attenzione rispetto al suo predecessore. Merito sicuramente del successo di quest'ultimo, che ha riaperto le porte al mondo di questa saga letteraria, ma anche dell'accresciuta celebrità negli anni dei due protagonisti, Timothée Chalamet e Zendaya. Attorno a loro nuovamente il cast di tutto spessore già visto nel primo (con qualche ingresso in più), ma almeno stavolta il tutto non risulta una fredda parata di celebrità, in quanto la trama si fa qui più avvincente e si fa meno schiacciare dalle facce note che passano sullo schermo. Piuttosto è un peccato che tanti talenti siano un po' sprecati in ruoli granitici, come l'epica chiede, ma monocordi.
Per il resto la messa in scena fatta dal regista si migliora rispetto al primo, se fosse possibile, soprattutto per quanto riguarda tutto il comparto tecnico delle scenografie, musiche, costumi, fotografia e montaggio, dando nuovamente una degna rappresentazione del mondo Hebertiano. E rispetto a questo mondo, il regista si prende qualche libertà, anticipando tematiche del secondo romanzo della serie (Il Messia di Dune) e cambiando il finale. E così la trama non si riduce ad un'epica battaglia tra le forze del bene e del male, ma inserisce problematiche relative alla commistione tra ideali politici e religione, tra leader carismatici e guerre sante (tutti preludi di carneficine), problematiche che nel film sono in seno al protagonista e a quasi tutti coloro che gli stanno intorno. Tant'è che alla fine la sua compagna Chani farà un altro tipo di scelta, personale e politica, rispetto al romanzo. Cosa che da sicuramente valore al film, anche se farà infuriare qualche nerd ossessionato dallo spauracchio woke. Un paragone doveroso va fatto anche con la versione pasticciata ma comunque cult girata da David Linch negli anni ottanta. Sicuramente i due film di Villeneuve sono più riusciti e più coraggiosi nel provare ad affrontare alcune tematiche, laddove Linch era costretto dalla produzione a portare a casa un blockbuster (poi mancato), però il suo film visivamente era sicuramente più originale, discostandosi da quanto c'era in giro all'epoca. Ed in esso è spezzare una lancia a favore di due elementi: i vermi giganti di Carlo Rambaldi, e il villain interpretato (per quanto male) da Sting avevano quel guizzo in più che manca alle nuove controparti.

lunedì 28 aprile 2025

Indiana Jones e il Quadrante del Destino Di  James Mangold

Il quinto film di Indiana Jones: un film tanto atteso, ma più dai suoi produttori che da fan e spettatori, e un risultato al botteghino deludente. Eppure di qualità positive ne ha parecchie. Innanzitutto mantiene ritmo e divertimento dall'inizio alla fine, in una continua corsa su ogni mezzo (treno, cavallo, aereo, nave....Apecar...). Altra qualità del film è il cast: oltre al protagonista (poi ci torneremo) tutti i comprimari danno buona prova di sé, in particolare Phoebe Waller-Bridge, la figlioccia non completamente onesta di Jones, che riesce a dare movimento alla trama. Ma è soprattutto il capitolo iniziale, ambientato nella Germania nazista con un Harrison Ford ringiovanito con la CGI, la parte migliore, e che potrebbe gareggiare (nonostante l'apporto abbondante dei computer), con i film precedenti. Non appena viene restituita a Ford la sua vera età cominciano, non a caso, i difetti.. E' infatti proprio la scena iniziale che ci fa capire cosa vorremmo: di nuovo l'Indiana Jones delle origini, non il vecchio Indiana pieno di problemi personali. Anche perché le sue sfortune forse mettono un velo di tristezza oltre il dovuto, agendo retroattivamente anche sui film precedenti: vedremo ancora nella stessa maniera le studentesse invaghite del prof nel primo film sapendo che un domani le loro figlie (o nipoti?) saranno annoiate e indifferenti alla lezione? Forse umanizzare troppo un personaggio nato per essere un'icona, sintesi di tutte le mitologie avventuriere ed esotiche create tra fine ottocento e secondo dopo guerra, non è stata la scelta migliore. Un esempio: del (stupendo) terzo capitolo, al di là dello scambio di battute efficace, ci piaceva che Indiana avesse un padre, o ci piaceva che questo padre fosse interpretato da Sean Connery, già primo e storico interprete di James Bond, a sua volta prima fonte d'ispirazione cinematografica di Indiana Jones? E, parlando di padri, se si è visto che si può fare Star Wars senza Lucas, si possono raccontare le avventure dell'Archeologo senza contemporaneamente Lucas e Spielberg? Il regista Mangold è uno che ha già dimostrato di saperci fare in questo genere di film, e qui fa il suo lavoro egregiamente, ma che non va oltre il buon compito portato a casa, omaggiando e ricopiando la regia di Spielberg, ma cui manca il livello meta cinematografico che aveva fatto J.J. Abrahms con il primo della trilogia sequel di Star Wars. Non è aiutato poi del tutto dal soggetto che gli dà un Mc Guffin, per quanto intrigante, non a livello dei colleghi migliori visti negli episodi precedenti. Il quadrante di Archimede può far breccia nell'immaginario popolare come l'Arca dell'Alleanza o il Sacro Graal? Eppure è un ingranaggio interessante per portarci al plot twist finale, che, sì, funziona nel senso che effettivamente è inaspettato, ma che ci introduce all'ultima parte del racconto, forse quella girata peggio, ricordando, più che Spielberg, i documentari storici americani fatti in economia che spesso trasmettono su LA SETTE, negli stanchi pomeriggi. Ma soprattutto manca nel finale quel momento “mistico e sublime”, in cui il protagonista si trova di fronte a qualcosa proveniente da un altro piano della realtà e a cui non si può dare spiegazione, e che serve a dare una conclusione ad un'avventura fatta di scontri e fisicità. Lo spiega bene in una bellissima battuta il personaggio di Sallah: “Mi manca il mare... mi manca il deserto...” E il mare c'è, nell'unica sequenza subacquea di tutta la saga, ma il deserto? Dov'è il deserto? Dov'è il luogo esotico in cui si è soliti addentrarsi nelle avventure di Jones? La Marrakech rappresentata si potrebbe sostituire con qualsiasi altra città. E il luogo finale, in cui si nasconde la reliquia che tutti cercano, si trova in una civilissima Sicilia, in un sito archeologico aperto ai turisti , con tanto di bagarino per i biglietti. Per tutti questi motivi personalmente metterei questo film in fondo alla classifica della saga. Ma bisogna ricordarsi anche che, a fronte di 5 Indiana Jones in 42 anni, in vent'anni abbiamo avuto sette Mission Impossible e dieci Fast and Furious, molto più ripetitivi, meno originali, più ignoranti e ciò nonostante sempre coccolati dalla critica e dal pubblico. Per cui va in fondo apprezzato Il Quadrante del Destino per essere un film d'avventura sopra la media, con un Harrison Ford che alla sua veneranda età si mette sulle spalle praticamente tutto il carico dell'operazione, sapientemente usando un registro ironico, per meglio farci apprezzare un eroe con un'età fuori tempo massimo. Ma anche un tipo di film fuori tempo massimo. Indiana Jones e il Quadrante del Destino Di  James MangoldCon Harrison Ford, Phoebe Waller-Bridge, Mads Mikkelsen Genere:Azione, AvventuraNazionalità:USA Durata:2h 23minDistribuzione:Walt Disney Studios Motion Pictures

THE LAST DUEL di Ridley Scott

Non aveva ancora realizzato Alien e Blade Runner, ma già con la sua opera prima Ridley Scott aveva attirato l'attenzione della critica mondiale: I Duellanti, film tratto da un racconto di Conrad, e appartenente al genere storico (genere che, oltre alla fantascienza, ha sempre caratterizzato la produzione del regista inglese). LAST DUEL, onorato del passaggio alla ricca kermesse 2021 della Mostra di Venezia, è anch'esso di ambientazione storica, e anch'esso parla di un duello. Il film ci porta infatti nel medioevo della Guerra dei Cent'anni, dove due cavalieri francesi, interpretati con convinzione da Adam Driver e Matt Damon, all'inizio amici, diventeranno rivali fino allo scontro citato nel titolo. La vera protagonista è però la brava Jodie Comer, nel film la moglie del personaggio di Damon. Sono tutti personaggi di una vicenda realmente avvenuta e che ruota intorno all'ultimo Duello di Dio svoltosi in Francia e indetto per concludere un processo per stupro. I discendenti delle persone coinvolte tutt'ora “si battono” su come si svolsero i fatti. Ridley Scott ci dà la sua versione di questa vicenda, e, come in Rashomon di Kurosawa, racconta la storia tre volte, ogni volta con gli occhi di uno dei tre personaggi. E' abile all'inizio nel farci credere di assistere all'ennesima storia di eroi cavallereschi. Ma la realtà è che la sua è una rappresentazione di una società maschilista, così come si caratterizzava quella medievale, in cui i cavalieri erano impregnati di una malata ideologia sull'onore e sulla violenza. Gli occhi della protagonista ci svelano la reale sostanza dei fatti, rilevando quanto sia lei la vittima non solo dello strupro, ma anche di un'intera cultura che predomina su tutto. In poche parole, si racconta il medio evo per rappresentare il presente.
E nel duello tra Last Duel e Duellanti, chi vince? La vittoria non può che andare a quella stupenda opera prima, di un livello poche volte raggiunto nella ricca e preziosa filmografia di Scott. Nel film con Damon e Driver siamo più che altro dalle parti del melodramma di lusso, ma castelli, costumi scontri e la ricostruzione di un medioevo crudo e reale valgono da soli il prezzo del biglietto. Un'ultima curiosità: la sceneggiatura è opera di Matt Damon e Ben Affleck, la loro seconda insieme dopo Will Hunting. Affleck compare anche in un ruolo secondario.

lunedì 27 dicembre 2021

"È STATA LA MANO DI DIO" DI PAOLO SORRENTINO

Il limite più grande di Sorrentino è sempre stato se stesso. O, ancor meglio, la tentazione di farsi trascinare dall'estetica della sua grammatica cinematografica, rischiando in alcuni momenti che essa sia fine a se stessa. Da qui la distinzione tra le opere più riuscite (Il divo) e quelle meno riuscite (Loro). Per fortuna ne È stata la mano di Dio, presentato in concorso all'ultima Mostra del Cinema di Venezia, riesce ad evitare questo rischio rinunciando, per una volta, a raccontare la storia di un personaggio larger than the life, e concentrandosi su una storia più intima, addirittura autobiografica. Finalmente un Sorrentino che non è il solito Sorrentino, ma che ci racconta di Sorrentino. Lo spunto è la giovinezza del regista, quell'adolescenza in cui perse i genitori mentre la sua città, Napoli, si ubriacava di Maradona. Un'occasione, per incrociare tra loro temi quali l'elaborazione di un lutto, lo spirito di Napoli, e la vocazione che può portar un giovane a diventare regista. Con due fantasmi che aleggiano su tutto. Ovviamente, il primo è il già citato Pibe de oro. Il secondo è il fantasma di Fellini, citato direttamente, tanto da entrare in un suo set e sentire la sua voce, ma anche indirettamente, attraverso suggestioni che collegano il film ad Amarcord. Ed in fondo questo è l'Amarcord di Paolo Sorrentino, così come la Grande Bellezza era la sua Dolce Vita. Il rimando a Fellini può suggerire un cinema, una fuga dalla realtà. Ma Sorrentino in fondo non rinuncia mai alla realtà. L'incontro con il regista Capuano racconta infatti l'altra metà della sua poetica, il suo desiderio di raccontare storie, luoghi e persone vere. Semmai Sorrentino esalta la realtà iperbolizzandola. Basta vedere come rappresenta questa sua famiglia simpaticamente disfunzionale, che attraversa la vita, compresi i suoi drammi sempre tra l'ironia e l'allegoria. Grande prova di attori (con un Servillo efficacemente defilato, e non al centro della storia, stavolta) per un film che ha portato a casa il Leone d'Agento: forse meritato, forse inutile, visto già l'ampio riconoscimento ricevuto dal regista negli ultimi anni. A questo riconoscimento si sono comunque aggiunti il Premio Mastroianni all'attore esordiente Filippo Scotti, protagonista dle film, e l'onore di essere nella shortlist per il migliore film internazionale agli Oscar.

lunedì 11 ottobre 2021

Dune- di Denis Villeneuve

 





Un pianeta ricoperto interamente di sabbia. Nobili casati che si fanno la guerra per il suo controllo. Un Impero galattico sull'orlo di una crisi. Una sostanza preziosissima che può dare sovrannaturali poteri. Un giovane destinato a diventare guida militare e religiosa di un popolo nomade e guerriero...


Questa la trama molto sintetica di Dune, film che ha attraversato la Mostra del Cinema di Venezia 2021 nei suoi giorni di apertura, e poi le sale di tutto il mondo.


Il romanzo Dune di Frank Herbert sta alla fantascienza come Il Signore degli Anelli sta al fantasy epico.

Forse l'importanza nella storia della letteratura non sarà la stessa, ma come influenza nel genere di appartenenza siamo più o meno allo stesso livello. Probabilmente, infatti, non avremo avuto Star Wars senza Dune.

E' chiaro quindi che la trasposizione di tale opera a livello cinematografico ha la sua difficoltà di base vista l'aspettativa che può creare.

Ancor di più se pensiamo che Lynch aveva già portato sul grande schermo le sabbie di questo pianeta negli anni '80(c'è stato nel frattempo anche un quasi sconosciuto serial tv, per quanto di lusso). Non fu accolto bene né da pubblico né da critica; ma nel tempo è diventato un cult, e, per come l'ho visto io, era riuscito a condensare in poco più di due ore la trama complessa del libro. E non va sottovalutato il fatto che Lynch riuscì a metterci qualcosa di suo, con un'estetica che tendeva a un barocco che enfatizzava corpi deformi (elementi comunque presenti nel libro).


Ora ci riprova quindi Denis Villeneuve, regista canadese, che si è dovuto confrontare con il precedente letterario e con il precedente cinematografico.

E' necessaria un'altra versione al cinema? Sì, se è per dare giuste dimensioni di racconto, di epicità, di spazi e grandiosità in generale alle pagine di Herbert.

E Villeneuve su tutto questo coglie nel segno. Forse il barocco Linchiano in certi momenti manca, così come la morbosità legata ai corpi. Qui è tutto più asettico, lineare. Ma è anche lo stile di Villeneuve, già espresso in altri suoi film. Qui lo applica dando un'omogeneità generale alla visione dei mondi di Dune, rendendolo un universo coerente.


Un film perfetto? Non proprio, e pure meno convincente rispetto alle altre due opere fantascientifiche di Villeneuve (Arrival e Blade Runner 2049). Ma è anche solo la prima parte di una storia, bisognerà attendere il secondo episodio (se verrà realizzato) per avere un giudizio più complessivo.

Ma intanto abbiamo potuto avere l'assaggio di due ore e mezza di una storia epica e spettacolare, in cui difficilmente si riesce a non rimanere stupiti di fronte ad alcune scene. E' fantascienza adulta, ma è anche cinema nella sua massima forma.


Un difetto, a cercarlo, sta forse in un cast fatto di troppi big, in cui Jason Mamoa e Josh Brolin sembrano interpretare Jason Mamoa e Josh Brolin, piuttosto che i loro personaggi. Molto meglio Oscar Isaac (l'iconico Duca Leto) e Rebecca Ferguson, (sebbene sia un po' giovane per interpretare la madre del protagonista). Confidiamo nei giovani protagonisti, Timothée Chalame e Zendaya, sperando che si lascino andare un po' di più nella seconda parte, anche per compensare lo stile asciutto, a volte un po' troppo, del regista.


domenica 5 gennaio 2020

MARRIAGE STORY /STORIA DI UN MATRIMONIO di NOAH BAUMBACH


con Scarlett Johansson, Adam Driver, Laura Dern, Alan Alda, Ray Liotta, Julie Hagerty / USA / 135’




Ormai abituati a vederli in film pieni di eroi ed effetti speciali, fa un po' strano vedere Adam Driver e Scarlett Johansson in un film tutto intimismo, famiglia, risate e (grandi) litigi. E riscoprire (ancora) quanto sono bravi.
Coppia sposata si separa, prima apparentemente in maniera pacifica, e poi scatenando avvocati e contesa del figlio. Sembra quasi un trattato scientifico sulla fine di un matrimonio, sapendo però evitare cose già viste, e affidandodsi alla bravura degli attori.
I due protagonisti sono bravissimi nel passare dal registro drammatico a quello da commedia da una scena all'altra. E bravi anche i comprimari. In primis Laura Dern, nei panni di una diabolica avvocata divorzista. Ma troviamo anche un invecchiato ma feroce Ray Liotta, un dolce Alan Alda, e una ritrovata Julie Hagerty (L'Aereo più pazzo del mondo) nella parte della divertente mamma del personaggio della Johansson. Chissà se qualcuno si aggiudicherà l'Oscar. 
Presentato alla mostra del Cinema 2019 (uscendone senza premi), è prodotto e "trasmesso" da Netflix. 

sabato 4 gennaio 2020

J'ACCUSE/L'UFFICIALE E LA SPIA di ROMAN POLANSKI

con Jean Dujardin, Louis Garrel, Emmanuelle Seigner, Grégory Gadebois / Francia, Italia / 126’



L'Affare Dreyfuss, ossia il più clamoroso scandalo politico e giudiziario, che sconvolse la Francia tra fine '800 e inizio '900, secondo Polanski. Il film riprende il caso dell'ufficiale di orgini ebree condannato ingiustamente per spionaggio, con una meticolosissima ricostruzione storica, attenta ad ogni dettaglio e scenografia. Ed il tutto è girato seguendo le regole base delle detective story e delle pellicole d'inchiesta.
Le due ore del film scorrono bene nonostante il groviglio degli intrighi della trama ed i tanti personaggi. E il sottotesto politico, con il parallelismo alle manifestazioni d'intolleranza dei nostri giorni, è chiarissimo.
Unica nota negativa: la confezione assomiglia troppo ad uno sceneggiato televisivo di lusso.
Presentato alla Mostra del Cinema di Venezia, da dove ha portato a casa il Leone d'Argento. 
Produce Luca Barbareschi.

mercoledì 1 gennaio 2020

STAR WARS - L'ASCESA DI SKYWALKER di J.J. Abrams


Il film è già uscito, alcuni forse non lo hanno ancora visto (male!), altri sì. Per cui ecco due recensioni, la prima senza spoiler, la seconda con spoiler.


RECENSIONE SENZA SPOILER


Alla fine siamo arrivati alla conclusione di questa terza trilogia di Star Wars, la prima a produzione Disney, accompagnata da due spin off di opposte fortune, e da una valanga di polemiche con il mondo dei fan, impensabili quando i social non erano così sviluppati.
E le polemiche non sono mancate con L'Ascesa di Skywalker. Di esso si è detto di tutto e di più, compreso il fatto che abbia tradito la saga di Lucas, ma allo stesso tempo di aver negato il capitolo precedente, oggetto della stessa accusa di tradimento. Un ossimoro non da poco.
Com'è questo capitolo finale? Forse non il migliore dal punto di visto di riuscita cinematografica , ma sicuramente è il più denso di trama, e il più intriso di riferimenti a tutto il resto della saga, avendo il compito di concludere alla fine una storia raccontata in nove film (più “derivati”). E siccome è un mestierante, che di storytelling e di cinema ne sa qualcosa, Abrams riesce nell'impresa.
Quello che però lo mette chiaramente in difficoltà è il contesto produttivo in cui si ritrova. La gestione del franchise da parte della Lucasfilm senza Lucas è stata caratterizzata da una scarsa organizzazione editoriale della trilogia (complice forse anche il continuo cambio di registi) senza avere un'idea chiara dello sviluppo globale della storia, ma in pratica producendo ogni volta un film a sé stante. Il tutto sfruttando all'inverosimile l'effetto nostalgia del pubblico. Ma con cinque film (comprendendo gli spin off) in quattro anni la nostalgia fa presto a scemare.
Il film aveva quindi il compito di recuperare più elementi possibili della saga, di dare risposte non date, e di provare a dire qualcosa di suo. Insomma, chiudere il cerchio. Il risultato è un po' come avere due pellicole in una (lo sceneggiatore Terrio sperava di avere anche un episodio dieci), con tanti eventi concentrati all'inizio, e molti personaggi sacrificati (Rose Tico in particolare). Si compie un miracolo riportando in scena Carrie Fisher, ma allo stesso tempo le sue battute sembrano messe un po' a forza. In compenso c'è un bello spazio per i personaggi di Rey e Kylo Ren per portare avanti la loro storia, con grande prova degli interpreti. Questo è il loro film, come lo è stata in fondo tutta la trilogia. Inoltre la pellicola sa regalare epicità, scene d'azione frenetiche e scene spettacolari. Ma soprattutto riesce ad emozionare. Insomma, è Star Wars, e merita andarlo a vedere.





RECENSIONE CON SPOILER


I morti parlano!
Così inizia il rullo di scritte che seguono il titolo di questo nuovo e ultimo Star Wars, L'Ascesa di Skywalker.
E infatti parla l'ex Imperatore Palpatine, dato da tutti per morto in quello che fino a quattro anni fa era l'episodio conclusivo della saga, Il Ritorno dello Jedi. E invece qui ritorna anche lui, forse zombie, oppure no, a rivendicare che non c'è nessun altro cattivo che può tenergli testa in quella galassia lontana lontana.
Ma parla pure Mark Hamill/Luke Skywalker, che torna come fantasma della forza, dopo che era dipartito nell'episodio precedente, non tanto amato dall'interprete pur essendone il coprotagonista.
E parla (come visione? Ricordo?) pure Harrison Ford /Han Solo, dopo che ne Il risveglio della Forza aveva ottenuto quello a cui mirava dal 1980: far morire il personaggio. Eppure torna, a rivendicare il ruolo brevemente assegnato ad un attore più giovane nel bello e fallimentare prequel /spin off SOLO.
E parla pure la compianta Carrie Fisher, nel ruolo di Leia, scomparsa nel 2016, grazie ad un fantastico lavoro di maquillage cinematografico che fa sembrare reale la sua presenza nei set, e purtroppo irreale la presenza degli attori che devono interagire con lei.
Perché la verità è che, finché possono “girare”, questi fantasmi cinematografici sono tanto amati quanto ingombranti; e, più sinteticamente, indimenticabili. Da qui gran parte dell'origine dell'astio che ha colpito gli ultimi film di Star Wars.
In fondo il messaggio ce lo lancia lo stesso regista J.J. Abrams in una scena incompresa da molta critica, e cioè quando C3PO perde la memoria, e chiama “il suo più vecchio amico” il primo essere che incontra, e battezza come la sua prima battaglia laser i primi colpi di fucile che vede. In molti lo hanno visto semplicemente come un paio di scene comiche senza senso nella trama. E invece il suo messaggio è chiaro: caro fan di Guerre Stellari, se questo fosse il primo film della Saga, sarebbero questi i personaggi e le situazioni che tu ameresti come un fondamentalista religioso. Ma ci sarà sempre un R2D2 che ti ripristinerà la memoria della battaglia su Yavin, della fuga da Hoth, e della mano tagliata a Bespin. E pure del blocco mercantile su Naboo, e del duello su Mustafar.
Per cui arrendiamoci al mito, rendiamogli omaggio, lasciamo che gli spiriti degli Jedi passati ci invasano e ci invadano, ma allo stesso tempo lasciamo che i nuovi eroi prendano il loro posto nell'universo. Perché alla fine Rey, pur essendo una Palpatine, decide di essere Skywalker: ne ha diritto, come è stato diritto di ogni bambino o bambina che ha giocato negli ultimi quarant'anni fingendo di essere Luke, piuttosto che Han. Il mito non appartiene ad una parte di fan piuttosto che ad un'altra, ma appartiene a tutti.
E il regista rende omaggio chiudendo e tirando le fila non solo di questa ultima trilogia (che ha visto dei buoni film presi singolarmente, ma poca gestione generale) ma anche delle precedenti (che ha visto due trilogie dello stesso autore stilisticamente opposte tra loro).
Lo fa con un film imperfetto, sicuramente il meno riuscito cinematograficamente della nuova trilogia, soprattutto per quanto riguarda i personaggi secondari, troppi e senza necessario approfondimento, e relegando colpevolmente sul fondo Rose, altra coprotagonista de Gli Ultimi Jedi. Ma d'altro canto dà il giusto spazio alla conclusione del duetto Rey /Kylo Ren, coadiuvato dalla grande prova degli interpreti, Daisy Ridley e Adam Driver: che belli i loro primi piani, e quanto è emozionante la scena di lei che gli sfila la spada e con essa lo penetra nella pancia... Basterebbe questo per amare il film eppure c'è un'ampia parte della critica e del fandom che lo accusano di aver tradito la saga di Lucas, ma allo stesso tempo di aver negato il capitolo precedente, oggetto della stessa accusa di tradimento. Un ossimoro non da poco. E lo accusano pure di poco coraggio. Ma la realtà è che probabilmente solo Abrams poteva avere il coraggio di concludere una saga entrata nel mito con nove episodi (più spin off), che ha visto sceneggiatori e registi gettare la spugna o essere allontanati. La battaglia finale del film è un parallelo con la sfida per realizzare il film.
Si è dovuto recuperare gli spiriti dei jedi passati e le voci dei loro interpreti; si è dovuto recuperare ogni astronave possibile, da quella che apriva il primissimo film, a quella protagonista di una delle serie animate. La situazione è disperata: l'effetto nostalgia è scemato facendo uscire cinque film in quattro anni (pessima strategia), Lucas si è arrabbiato perché non hanno preso la sua sceneggiatura, Hamill ha poco gradito bere latte munto da alieni come un alcolizzato, e tutti commentano nel fondo nero dei social, come gli spiriti dei sith negli spalti di fronte a Palpatine. Ma la dipartita (filmica) di Leia, l'arrivo di Lando con la flotta sulle note della famosa marcia scritta da Williams 42 anni fa, e Rey che alla fine osserva i due soli di Tatooine, regalano emozioni e forse qualche lacrima.
“Io sono Skywalker”, afferma Rey.
La missione, pur con difficoltà, è compiuta.


domenica 22 dicembre 2019

PARASITE di Bong Joon-ho

Trovare un film oggi che sappia divertire, angosciare, ed allo stesso tempo porre un ragionamento critico sulla società di oggi non è facile.
Parasite di Bong Joon-ho ci riesce, meritandosi pienamente quindi il riconoscimento della Palma d'Oro ricevuta a Cannes.
Al centro di questo film troviamo una famiglia (padre, madre, figlio e figlia) di truffatori che vive letteralmente in un sotterraneo di una periferia coreana. Riusciranno, con vari escamotage più o meno scorretti, ad inserirsi come inservienti nella casa di una ricca famiglia (i “parassiti” del titolo). Sembra una truffa riuscita, finché non vi è un colpo di scena che destabilizza la situazione, trasformando quella che fino a quel momento era una commedia politicamente scorretta in un thriller fatto di suspense e di metafora sociale.
Il regista coreano già in Snowpiercer aveva fatto una rappresentazione delle disparità sociali, in cui lotta di classe aveva una rappresentazione fantascientifica. Qui invece ritorna al mondo reale in una raffigurazione grottesca, che ci racconta come l'assenza della lotta di classe, o della giustizia sociale, porti ad altre forme di alienazione, esclusione, sfruttamento e violenza. Un duro atto di accusa verso il capitalismo, che porta a fenomeni violenti tra i sud coreani (che più sono ricchi più sembrano presi da forme depressive), non molto diversamente dai loro cugini del nord, presi in giro in una delle scene. E ci racconta come tutti siano dei sommersi: i poveri per la loro condizione sociale, i ricchi per la loro condizione psicologica.

domenica 10 novembre 2019

C'ERA UNA VOLTA AD...HOLLYWOOD Di Quentin Tarantino

Per Tarantino la Hollywood di fine anni sessanta era come il vecchio west, e gli attori da B-movie e i loro stuntman i comboy di quel mondo.
Così infatti sembrano muoversi i protagonisti interpretati da Brad Pitt (lo stunt) e Leonardo Di Caprio (la ex-star), tra set cinematografici e ranch della frontiera. E l'arrivo di Pitt al ranch occupato dalla famiglia Manson (la setta che nel '69 compì degli omicidi tra cui quello dell'attrice Sharon Tate), ha tutti gli elementi del classico arrivo dello straniero giustiziere nell'ennesimo villaggio del far west che ha qualcosa da nascondere. Parallelamente Di Caprio nella parte dell'attore in crisi sembra un cow boy decadente in un western crepuscolare.
E non è un caso se è questo l'unico genere cinematografico in cui riesce a trovare ingaggi. 



Ma nonostante queste premesse, le continue citazioni di Sergio Leone, e il fatto che sia di Tarantino, questo è uno dei film del regista americano con meno azione, se si toglie l'esplosivo ultimo atto.
Infatti, alla fine, è forse la sua opera più personale, pensato in primis per essere un sentito tributo: da una parte un omaggio ad un mondo che non c'è più, dall'altra un omaggio ad una persona che non c'è più.
Il mondo che non c'è più è proprio quella fetta di immaginario composto da cinema di serie B, fatta in USA ma anche in Italia con registi come Corbucci, e da un pezzo di televisione con telefilm classici che pocco hanno a che fare con la serialità odierna di Netflix. E la stessa categorizzazione “di serie B”è più che altro una tipica caratterizzazione classista da società capitalista, in cui anche i critici più esperti a volte ci cadono. Tarantino non ci è mai cascato (al costo pure di rivalutare a volte ciò che non può essere rivalutato), ed è così che mette sullo schermo questa ballata di un “ultimo” che fa lo stuntman, vive in un camper, e fa da assistente ad un altro ultimo, attore fallito, che ha la villa a Bel Air, ma non se la può mantenere. La villa ovviamente è uno status symbol, e lì a fianco c'è chi il successo lo vive veramente: Roman Polanski e la sua bella moglie Sharon Tate. E poche colline più in là ci sono gli invasati figli dei fiori della Famiglia Manson che predicano libero amore ma che vogliono fare esplodere la società classista e guerrafondaia. Ma Tarantino non è Tim Burton, e non è nemmeno il Todd Philips di Joker, e per i freak non ha empatia. O almeno non per questi freak, visto che i loro omicidi hanno posto metaforicamente fine ai sogni degli anni sessanta.
La persona che non c'è più è Sharon Tate, la vittima più illustre di quei omicidi. L'omaggio che le fa Tarantino vale più di un classico biopic. Grazie anche alla bravura di Margot Robbie che la interpreta, qui la Tate diventa incarnazione della bellezza e della gioia del cinema. Basti la scena in cui va a vedere la stessa pellicola da lei interpretata, con la vera Sharon sullo schermo, e la Robbie in sala per capire come questo film sia una celebrazione di questa arte e di quella donna allo stesso tempo.
Peccato che questo personaggio non incontri, se non alla fine, Pitt e Di Caprio: Tarantino ha il pallino di non rispettare mai i canoni del racconto, affascinato dalle trame parallele che si limitano a sfiorarsi (Unglorious Basterds, Pulp Fiction), e non sempre è un pregio. Ma per il resto vi sono montaggio, fotografia e colonna sonora da manuale di cinema. Guardare C'era una volta ...ad Hollywood è una gioia appagante per chi ama i film, così come era fastidiosa la visione di Hateful Height.
Per la parte della recitazione non si può che incensare i tre attori protagonisti: la già citata Margot Robbie; Leonardo Di Caprio in un già collaudato personaggio schiavo degli eccessi; ma soprattutto Brad Pitt, mai così efficace dai tempi di Fight Club.
Sulla trama non scriviamo nulla di più, per evitare problemi a chi non lo ha ancora visto. Sappiate comunque che questo è un film ambientato nello stesso universo alternativo, creato da Quentin, in cui Hitler moriva ucciso in un attacco dentro un cinema. Per cui non date nulla per scontato.

sabato 7 settembre 2019

JOKER (VINCITORE LEONE D'ORO 2019)



La migliore risposta che la Warner-DC poteva dare al successo di Avengers Endgame della rivale Marvel.
Joker è un film delle origini sull'omonima nemesi di Batman. Ma stavolta in una versione realistica che concede poco all'immaginario fumettistico, pur collegandosi ampiamente al materiale di origine. Il riferimento di partenza non può non essere il Nolaniano Cavaliere Oscuro, ed il criminale interpretato magistralmente da Heath Ledger. Ma qui l'acceleratore viene schiacciato al massimo, per illustrare la strada che porta un cittadino sociopatico a diventare un criminale sociopatico. Il tutto guardando la storia dal punto di vista proprio del Joker, che alla fine si rivela essere una vittima ancor prima di carnefice. Vittima della struttura famiglia (che non lo salva dalle violenze) e dalla struttura società. Tutto il film sembra un grande j'accuse alla mancanza di empatia della società capitalista e dello show business che ne è lo strumento. Il film riesce quindi a parlare a tanti elementi della politica degli ultimi anni. Non un caso se il villain ad un certo punto sembra essere proprio il padre di Bruce Wayne, miliardario e candidato sindaco un po' allergico ai pezzenti.
Violenza esplosiva sebbene limitata in precisi episodi, in un'ambientazione tipicamente anni settanta, citando i primi film di Scorsese come Taxy Driver e Re per una Notte.
E su tutto un trionfante Joaquin Phoenix, bravissimo nel fare sintesi tra i disturbi mentali del protagonista e la figura disturbante del clown.
Unico neo: il film sarebbe stato perfetto se fosse finito cinque minuti prima con le immagini del trionfo dei Joker, invece che con un semi-rassicurante finale. 




JOKER
di TODD PHILLIPS
con Joaquin Phoenix, Robert De Niro / USA / 118’
VINCITORE DEL LEONE D'ORO MOSTRA DEL CINEMA DI VENEZIA 2019

martedì 20 agosto 2019

VENT'ANNI FA USCIVA LA MINACCIA FANTASMA



L'attesa di un nuovo film di Star Wars; la curiosità di ritrovarsi in un mondo immaginario tanto amato, la curiosità per i più moderni effetti speciali; l'emozione di vedere completata un'epopea ormai entrata nella mitologia del cinema...
E poi gli spettatori si trovarono davanti un film lentissimo nella prima parte, con grandi attori che recitavano al minimo sindacale, incollati su bellissimi scenari in CGI, ma sempre incollati...un'epopea che doveva incominciare con un grandioso cappa e spada stellare, ed invece ci parla di mercanti che non vogliono pagare le tasse. E altro ancora. Ma soprattutto Jar Jar Bings.



Nel 1999 Star Wars tornava al cinema con Episodio 1 – La Minaccia Fantasma, ma, inutile forse scriverlo, fu per lo più una delusione.
Il fan si aspettava di ritornare al mondo di Luke e Leia, ma George Lucas aveva un progetto del tutto diverso per la nuova trilogia. Non voleva replicare la prima, ma raccontare la caduta di una democrazia verso la tirannia, e la caduta di un eroe verso la vendetta e la violenza.
Il presupposto era a dir poco ottimo, trattandosi di una serie di block buster. Peccato che, per esigenze di marketing che guardava soprattutto ad un pubblico giovanissimo, si infarcì il tutto di una quantità abnorme di effetti speciali e gag idiote messe in bocca a personaggi stupidi, che andavano in contrasto con i serissimi protagonisti. E, in rapporto a questi ultimi, c'è da ricordare soprattutto l'incapacità di Lucas di dirigere e far recitare a dovere il cast fantastico che si trovava tra le mani: Liam Neeson, Ewan McGregor, Natalie Portman....
In una scena un sottomarino viene assalito da un mostro, che viene fermato da un secondo gigantesco mostro che lo divora. Tre minuti dopo la scena si ripete con due creature diverse, così, giusto per spendere qualche milionata in computer grafica. In tutto questo Neeson e McGregor rimangono freddi come se non succedesse nulla intorno a loro. Una delle cose più tristi di tutta la saga Lucasiana.



Eppure qualcosa da salvare c'è in questo film delle origini. La battaglia finale su tre campi diversi in montaggio alternato ci restituisce lo spirito di Star Wars tanto amato. Ma soprattutto il duello con le spade laser è forse il più bello ad essere mai stato girato. Merito al cattivissimo ed efficace Dart Maul, ed a Neeson e McGregor, che almeno qui danno l'impressione di divertirsi. E ci sono alcuni elementi visivi nel film che erano e restano eccezionali, da rendere questo film un unicum rispetto a tutti gli altri della saga. Innanzitutto i vestiti e l'acconciatura della Regina Padme (Portman), debitori della cultura orientale, oggetti di tanto scherno, eppure potenti nella loro follia. E poi il caleidoscopio di colori nella città sommersa e nella battaglia finale: se il primo Guerre Stellari era figlio del '68 ma nato negli anni settanta, La Minaccia Fantasma ha in sé la policromia degli anni ottanta , anche se parlava in realtà dell'ultima decade dello scorso millennio.
Lucas ci avvertiva che le magnifiche sorti di quegli anni post muro di Berlino, le speranze di una crescita che non sembrava arrestarsi, la solidità di una superpotenza, avrebbero potuto essere messe facilmente in discussione. Così come realmente accadde. Così come ben ci rappresentò la sua metafora nei due film successivi (e anch'essi imperfetti).
Non era male l'idea, George, se solo non avessi incollato gli attori sul fondale...

domenica 23 giugno 2019

MATRIX HA VENT'ANNI

Pochi film di fantascienza, negli anni novanta dello scorso millennio, sono riusciti ad imporsi nell'immaginario collettivo.
In questa categoria va sicuramente inserito Matrix, il cui primo episodio uscì esattamente vent'anni fa. Una novità allora che riuscì ad avere un grande successo, anche se composto da elementi che tutto sommato di nuovo avevano poco.
Infatti, anche se tecnicamente Matrix non fa parte di quel calderone di sequel, adattamenti, remake di cui ormai abbonda il cinema fantasy e sci fi, ma è un opera originale, nata dalla mente dei suoi autori (le sorelle/registe Wachowski), è comunque fortemente debitore da altre creazioni.

In primis da tanta letteratura Cyberpunk anni ottanta, e poi da film (Terminator , Essi Vivono), fumetti (Ghost in the Shell), e altro ancora...Pure il tanto famigerato bullet time non è una esclusiva inedita, ma era stato anticipato l'anno prima dal quasi dimenticato primo Blade con Wesley Snipes.
A questo si aggiunge che era contemporaneo di tante pellicole in cui vi era lo scontro tra realtà “vera” e quella virtuale (il poco fortunato “Existenz” di Cronemberg in primis, ma anche il nostrano Nirvana, e altro ancora). Del resto erano gli anni in cui si pensava di fare cose incredibili con un visore ed un guanto collegato a dei sensori.
Insomma un film di sincretismo di generi, in cui la distopia si fondeva con arti marziali, realtà virtuale con il dominio delle macchine, e contemporaneamente un film di derivazione da altre opere, che però è riuscito, ciò nonostante, ad essere una boccata d'aria fresca per chi adora il cinema di fantascienza e d'azione.
Questo grazie anche alla quantità di scene spettacolari, diventate poi iconiche nella storia del cinema, capaci di influenzare l'immaginario audiovisivo negli anni successivi (Neo che si risveglia nel suo “utero” artificiale, Neo che schiva i proiettili, l'elicottero che si “tuffa” nel palazzo; e tanto altro ancora). Ma non solo: anche un film che ha portato avanti il livello della computer grafica. Mescolando poi il tutto con connessioni, un po' sempliciotte, ma ben inserite, alla filosofia (in primis, il mito della caverna di Platone).
Aggiungiamo un casting semplicemente perfetto, con Keanu Reeves (già “prescelto” nel Piccolo Buddah di Bertolucci, e già cyberpunk in Johnny Mnemonic), Carrie-Anne Moss, l'essenza dello stile che risponde al nome di Lawrence Fishburne, e Hugo Weaving nella parte del malefico villain Agente Smith (pronto ad esplodere poco dopo come il principe Elfico Elrond nella Trilogia del Signore degli Anelli).




E ciò nonostante il fenomeno di Matrix (a differenza di altre saghe come Star Wars o Harry Potter) durò pochi anni. Si parla ora di un remake o sequel, ma la sensazione è che su questa saga si sia calata da anni una certa freddezza.
Colpa forse anche del suo finale, che lasciava chiaramente aperta una finestra enorme per i due episodi successivi (Reloaded e Revolutions, ma che consegnava ad essi il protagonista Neo divenuto ormai onnipotente, rendendo quindi difficile una qualsiasi costruzione drammatica successiva. Con un protagonista più invincibile di Superman, diventa un po' difficile trovargli sfide da affrontare, e da qui la necessità di inserire nel copione scuse bislacche per toglierlo dai piedi: Neo spostato in un posto lontanissimo, Neo in coma, Neo accecato. E così già il secondo episodio risultò inevitabilmente deludente, puntando tutto sul ridare le meraviglie del primo episodio, ma amplificate dalla cgi e dai capitali. E il terzo episodio arrivò stanco, sebbene l'eroica battaglia per difendere la capitale dei buoni è qualcosa di visivamente e meravigliosamente epico anche oggi.
Molto meglio se la cavò la serie antologica animata (Animatrix), che riusciva ad utilizzare questo mondo per delle storie per la maggior parte originali e intriganti: non a caso i realizzatori di questo gioiellino erano tra i migliori registi di film di animazione dell'epoca.




Metafora di una società in trasformazione attraverso cellulari e internet, Matrix compie quest'anno la bellezza di vent'anni. Le cabine telefoniche che i suoi protagonisti utilizzavano per balzare dal mondo virtuale al mondo reale sono ormai archeologia. Eppure Matrix può essere considerato una piccola metafora anticipatrice di come viviamo oggi. Mai come ora siamo immersi nella rete, in un mondo di relazioni virtuali regolate da applicazioni sullo smartphone. Tanta “connessione” è forse un riparo da un mondo che se la cava molto peggio rispetto al 1999, un mondo oggi in cui molti vanno alla ricerca dei “prescelti” liberatori da qualche cattiva entità che ci opprime. Solo che questi liberatori (sovranisti?) hanno poco in comune con il personaggio eroico interpretato da Keanu Reeves. Ma tolto questo ultimo particolare, Matrix nel suo piccolo è stato profetico.

giovedì 7 marzo 2019

Oggi vent'anni senza Kubrick


Publicity photo of Stanley Kubrick for A Clockwork Orange

Vent'anni dalla morte di Stanley Kubrick: un tempo lunghissimo per un regista ancora attuale, diventato iconico come i suoi film. Poche opere girate in 45 anni di carriera, ognuna di un genere cinematografico diverso. Ma per ciascuno di quei generi c'è stato un prima e un dopo Kubrick. 
Nessun premio a Cannes, nessun Golden Globe vinto, l'unico Oscar conquistato è stato per gli effetti speciali di  2001 (all'epoca decenni avanti  su qualsiasi altro film contemporaneo).  Un solo Leone d'oro a Venezia, alla carriera, consegnato due anni prima della sua morte. Avvenuta a pochi mesi dall'uscita del suo ultimo film, Eyes Wide Shut: all'epoca personalmente fu una mezza delusione. A rivederlo oggi mi sembra immenso: semplicemente anche quella pellicola era in anticipo sui tempi, quasi una profezia sul nostro presente. 

sabato 26 gennaio 2019

LA FAVORITA di Yorgos Lanthimos


Nel film del regista greco Lanthimos Emma Stone e Raquel Weisz rivestono il ruolo di due (bellissime, è il caso di dirlo) dame inglesi realmente esistite all'inizio del settecento. Entrambe sono impegnate in una lotta tutta politica tra di loro, ma usando armi non solo (o quasi mai) politiche, per conquistare i favori della regina Anna d'Inghilterra.

Gustosa rappresentazione sul potere, in un film dal buon ritmo che sa dispensare risate dai denti aguzzi.
Quasi da non credere che il regista sia lo stesso del noioso Il sacrificio del cervo sacro. 

Il film ha già fatto il pieno di nomination agli Oscar, e dalla Mostra del Cinema di Venezia 2018 ha già portato a casa il Leone d'Argento e la Coppa Volpi per la migliore interpretazione femminile, consegnato alla brava Olivia Colman nel ruolo della Regina.

Titolo originale: The Favourite. Regia di Yorgos Lanthimos. Con Emma Stone, Rachel Weisz, Olivia Colman, Nicholas Hoult, Joe Alwyn, Mark Gatiss. Genere Biografico - Grecia, 2018 - Durata 120 minuti.

martedì 18 dicembre 2018

CAPRI -REVOLUTION di Mario Martone

Con Capri Revolution, Martone porta a termine la sua personale trilogia sulla storia d'Italia, iniziata con Noi Credevamo, dedicato al Risorgimento, e proseguito con Il Giovane Favoloso, sulla vita e i tempi di Giacomo Leopardi. Con l'ultima opera ci porta nel mondo rurale del Sud Italia, all'indomani dell'esplodere della Prima Guerra Mondiale. Una giovane contadina, Lucia, interpretata da Marianna Fontana, s'imbatte in una sorte di comunità hippy ante litteram, tra le scogliere di Capri: liberi pensatori in un mondo totalmente retrogrado. Dall'incontro con questi giovani, Lucia sarà in grado di scoprire se stessa, ma pagando il prezzo del distacco dalla sua famiglia. Affresco sulla libertà individuale e sulle ideologie che attraversavano l'Europa prebellica, il film è una suggestiva ricostruzione di un mondo che ormai non c'è più. Peccato per le troppe semplificazioni nella trama, forse dovute ad un taglio sul montaggio originale. Solo così si può spiegare scatti repentini dell'evoluzione della protagonista, che nel giro di una scena sembra imparare alla perfezione l'inglese quando poco prima non sembrava nemmeno in grado di parlare l'Italiano. In ogni caso forse non il migliore Martone (tra i più recenti, Noi credevamo era un film ben più riuscito e coraggioso) ma un buon film nella media di un certo cinema italiano, di quello che quasi riesce a distinguersi da una fiction televisiva di lusso. Film presentato all'ultima edizione della Mostra del Cinema di Venezia; il 20 dicembre è il giorno di uscita nei cinema.

venerdì 14 dicembre 2018

BOHEMIAN RAPSODY di Brian Singer

Su Bohemian Rapsody, il film sulla storia dei Queen ed in particolare del compianto Freddie Mercury, bisogna premettere un paio di osservazioni. La prima: cinematograficamente in fondo è un film qualitativamente medio, con una trama fin troppo prevedibile nei suoi passaggi. La seconda: non è una fedele ricostruzione della storia di questo grandissimo gruppo. Il che non è per forza un peccato, visto che esistono sempre le esigenze da copione. Si può quindi passare sopra alle ricostruzioni fantasiose, anche se fa un po' storcere il naso in fatto che i Queen sopravvissuti, tra i produttori del film, abbiano lasciato passare nella trama un scioglimento mai esistito del gruppo dandone pure la colpa a Mercury. Fatte queste premesse, bisogna dire che Bohemian Rapsody è veramente imperdibile soprattutto per i fan della band inglese, ed anche per chi è appassionato di musica rock. I motivisono questi: 1) la colonna sonora: sembrerebbe una banalità sottolinearlo, visto che vengono proposte tutte le migliori hit di Mercury/May/Deacon/Taylor eseguite fino a metà degli anni ottanta; ma oltre alla bellezza delle canzoni, c'è anche il modo in cui vengono presentate, spesso nella loro fase di creazione, o nella ricostruzione di qualche concerto. Ed in ogni caso, sembrano venire fuori sempre nel momento giusto. La canzone giusta dei Queen al momento giusto: un po' come forse sarà capitato nella vita di ognuno di noi...
2) Non è solo un film biografico, ma dà anche il giusto peso alla bravura dei quattro e alla loro capacità creativa. Se dal punto di vista della ricostruzione storica ci si è presi molta libertà, pare invece essere molto centrato sul senso del lavoro musicale della band, sulle loro sperimentazioni e sulle loro capacità tecniche.
3) Rami Malek: sinceramente non l'ho trovato fisiognomicamente molto somigliante a Mercury (per dire, Brian May sembra interpretato da un suo clone), ma l'attore è stato bravissimo a ricreare il cantante nei movimenti, nell'estrosità e nella tenuta del palco. Oltre ad essere credibile nelle parti drammatiche. Malek è a tutti gli effetti la parte migliore del film, credendo nel suo ruolo in maniera convinta, e regalando al pubblico una sorta di reincarnazione di Freddie.
4) Il Live Aid: la ricostruzione dei venti minuti in cui i Queen tirarono giù il Wembley Stadium, durante il famoso concerto benefico, è perfetta: l'esecuzione delle canzoni (con l'audio originale), i movimenti di Freddie sul palco, la partecipazione del pubblico (ricreato con un'ottima computer grafica). Tutto riproduce quasi nei minimi dettagli quell'evento rock (basta confrontarlo su you tube per una verifica). Ma soprattutto riesce a riprodurre quell'emozione, quella empatia, quel rapporto con il pubblico oceanico, che Freddie e la band sapevano creare nei concerti.

domenica 9 dicembre 2018

TEATRO: SOLA IN CASA di Dino Buzzati -regia di Mauro Avogadro -con Michela Mocchiutti

Il destino scritto sulle carte di un'esuberante chiromante bussa alla porta dello studio della donna, e si manifesta nel corpo di un assassino. Questa in sintesi è la trama del breve ma straordinario monologo “Sola in casa”, scritto da Dino Buzzati. La piece era stata creata appositamente per la grande Paola Borboni, e debuttò per la prima volta nel lontano 23 maggio 1958 a Milano. Esattamente sessant'anni dopo, la cartomante “laureata” Iris, torna sul palco incarnata da Michela Mocchiuti. L'attrice, friulana di nascita e veneta di adozione, ha già avuto modo precedentemente di confrontarsi con la dura prova del monologo grazie a “Marzia su Roma”, da lei anche scritto, nel quale profetizzava l'avvento al governo dei pentastellati. Questa volta si affida, con bravura e intensità, invece al testo del grande scrittore bellunese; testo che, apparentemente semplice, oscilla costantemente tra un tono drammatico ed uno comico. La simpatia della protagonista, travolgente tra l'enorme chioma, il decollete, e gambe rette su lunghissimi tacchi, fa da contraltare ad un set claustrofobico, in attesa di una minaccia esterna come il fortino de Il deserto dei Tartari, ma prendendo anche elementi classici del thriller. A mescolar tutte queste suggestioni contribuisce efficacemente la regia affidata a Mauro Avogadro, già collaboratore di Luca Ronconi e direttore della Scuola di recitazione del Teatro Stabile di Torino, attualmente regista e docente di interpretazione presso il Piccolo di Milano. Il risultato è un testo ironico, che sa prendersi gioco anche della cosiddetta “cultura alta”, riempendo la scena di “totem”, tra un gatto chiamato come il filosofo Platone, ed un lucertolone battezzato come il drammaturgo Ibsen. Un orologio rotto pare invece prendere in giro la razionalità dell'uomo moderno. Ben più lungimiranti sapranno essere le carte della chiromante, sebbene la loro padrona pare ad un certo punto perdere fiducia in loro (poi smentita). Giocosa è anche l'ambientazione “vintage” anni cinquanta, con Tipitipititso di Caterina Valente come colonna sonora. Ma ovviamente i temi della paura e della insicurezza parlano anche ai giorni nostri, anche se sono collaterali allo scopo principale del testo di Buzzati, cioè quello di una efficacissima, estrosa, tragicomica rappresentazione della solitudine. https://www.youtube.com/watch?v=dekiU-flZlY

martedì 30 ottobre 2018

22 LUGLIO (22 JULY) di Paul Greengrass - Un film sulla strage di Utøya

La recente vittoria dell'estremista di destra Bolsonaro alle elezioni Brasiliane è solo il più eclatante episodio di una tendenza politica internazionale: l'affermazione di leader politici e di partiti segnati dal populismo, razzismo e omofobia, e dal più becero senso di appartenenza nazionalistica e religiosa. In questo contesto risulta estremamente contemporaneo un film uscito di recente nella piattaforma Netflix e presentato sia alla Mostra del Cinema di Venezia che a quella di Toronto. Paradossalmente esso non ci racconta questo complicato 2018, ma di un episodio del passato, sebbene relativamente recente. Sette anni fa la Norvegia fu colpita da un attentato terroristico da parte di un giovane neo nazista, Andres Breivik. 22 LUGLIO (22 JULY) di Paul Greengrass racconta di quella carneficina, e del processo (non solo giudiziario), che ne seguì.
L'attacco, studiato sotto ogni minimo dettaglio, portò alla morte di settantasette persone, e moltissimi feriti. La maggior parte delle vittime era composta da giovanissimi ragazzi di sinistra, ospiti di un campeggio nell'isola di Utøya, organizzato dal Partito Laburista Norvegese. Questo gravissimo fatto di sangue ebbe nell'immediato un forte impatto in tutti i media, ma come spesso succede, dopo un po' di tempo scivolò nel dimenticatoio. Così come fu accantonato presto, a mio parere, anche dai commentatori politici e nelle organizzazioni della stessa sinistra europea, così duramente colpita, e così superficiale da non affrontare fino in fondo quello che era successo. L'elemento su cui il film vuole porre l'attenzione (ed evidenziato dal regista nelle sue interviste a Venezia), è che i contenuti politici dei documenti scritti e delle dichiarazioni dell'attentatore Breivik, all'epoca ritenuti farneticanti, sono di uso comune oggi presso molti leader alla guida di Paesi e Governi. E senza andare molto distante. Paradossalmente anche 22 LUGLIO, ha avuto, nel momento del passaggio alla Mostra del Cinema, un impatto mediatico potente ma troppo rapido. Probabilmente, pur essendo un buon film, ha pagato più di quanto dovuto alcuni suoi difetti, all'interno di una rassegna in cui la media delle pellicole era decisamente alta. Il film inizia potente, nel racconto dell'attentato, mescolando il linguaggio del film d'azione (Greengrass ha diretto parte della saga di Jason Bourne) con quello del film di denuncia. Nella seconda parte risulta forse più lento e retorico, e la scelta di far recitare in inglese gli interpreti crea un po' uno straniamento rispetto alla fedeltà di cronaca. Ciò nonostante, proprio nella seconda parte, e in due personaggi in particolare, il giovane attivista sopravvissuto e l'avvocato che difende il terrorista, troviamo l'appassionata visione del regista su quella che dovrebbe essere la lotta contro il nuovo fascismo globale. Infatti, il giovane e l'avvocato sono apparentemente su due trincee opposte, eppure concorrono entrambi alla difesa della democrazia.
Il ragazzo decide di non rinunciare alla vita e alla testimonianza di quello che ha vissuto e di quelli che sono i suoi valori. Il suo percorso nella riabilitazione fisica e psicologica, è anche il percorso di una società che non vuole rinunciare ai suoi principi. L'avvocato, politicamente schierato a sinistra, decide di accettare quella difesa d'ufficio così ingombrante perché la libertà si fonda anche sul diritto di ognuno ad un processo equo. “Le Democrazie devono vincere con i loro argomenti”, ha dichiarato Paul Greengrass “con le loro idee. Il nazismo non controllato porta alla guerra. Fino a vent'anni fa si poteva contenerlo. Ora questi limiti sono saltati, e la Democrazia non potrà essere difesa solo con le armi. Le idee del terrorista di Utoya sono ora ripetute da molti politici. Dobbiamo essere noi che non siamo d'accordo con questa visione del mondo a dover trovare le motivazioni e le argomentazioni per contrastarla. Rinunciare a questo impegno politico e culturale mette in serio pericolo tutti noi”....